298 morti: effetti collaterali di una guerra civile!

Prendere un aereo per andare in vacanza e invece… A distanza di 34 anni una nuova Ustica! La guerra civile nell'est dell'Ucraina si macchia di una tragedia inimmaginabile che scuote il mondo intero: l'abbattimento con un missile di un aereo di linea malese, un Boeing 777, partito da Amsterdam e diretto a Kuala Lumpur con 283 passeggeri e 15 membri dell'equipaggio, tutti morti!
Ma quel missile non avrebbe dovuto colpire il Boeing della Malaysia Airline, ma era diretto ad un altro velivolo. E il tam tam che corre in rete è inquietante: "Quel missile era diretto all'aereo di Putin".
Il Boeing si è schiantato su una vasta radura vicina a Shaktiarsk, una quarantina di km a est di Donetsk e ad una cinquantina dal confine russo. A bordo c'erano prevalentemente turisti olandesi, in gran parte diretti in vacanza a Bali. Molti i bambini, pare una ottantina.
Pianto, rabbia e disperazione. La guerra è un evento tragico sempre, comunque, ovunque e per chiunque. Purtroppo, sono ancora tanti, troppi, i focolai di guerra che ogni giorno mettono a ferro e fuoco intere popolazioni gettandole nella tragedia di una guerra senza più case, senza più le loro cose, gli affetti più cari e senza la speranza di poterne uscire fuori vivi. 
Ma sono eventi distanti da noi. Ci arrivano come echi lontani sulle pagine dei giornali o sullo schermo a led della tv di ultima generazione. Lontani da noi, fino a quando non te li ritrovi catapultati addosso, dentro casa, improvvisi e inattesi, magari per un viaggio di piacere, per un lavoro fuori sede, per un figlio che studia all’estero. Ma questi sono soltanto gli effetti collaterali di una guerra lontana dai nostri confini! Ai potenti del mondo, a chi decide le guerre, la vita umana non interessa. Per loro gli esseri umani sono dei numeri. Numeri senza valore. Per loro conta soltanto il business: spremere quelle vite per ricavarne il maggior profitto!
Afghanistan, Siria, Iraq, Libia, Kenia, Nigeria, Gaza, Israele, Ucraina: quale sarà la prossima guerra? Quanta altra gente innocente dovrà ancora pagare con la vita gli sporchi affari dei potenti del mondo? Se i soldi e le energie spese per armamenti, materiali, uomini e mezzi impiegati nei conflitti bellici fossero destinati a risolvere i problemi della povera gente non assisteremmo più a tragedie umane tanto devastanti! Ma tutti noi, sì anche noi, scegliamo la commiserazione, il compianto per poi fare spallucce autoassolvendoci nel dire “ma io non sono nessuno, che ci posso fare!?”. E voltiamo pagina. Intanto milioni di essere umani continuano a morire di guerra, di fame, di malattia e disperazione. Vendere guerra rende di più che esportare pace!

1 commento:

  1. ROSALBA M.18 luglio, 2014

    Li chiamano «effetti collaterali» della guerra: sono i civili che subiscono assurdamente in prima persona le conseguenze devastanti dei bombardamenti o degli attacchi terroristici. Uccisi, feriti, costretti a fuggire per cercare scampo altrove con il terrore negli occhi, o a rintanarsi nei rifugi.
    È facile ignorarli quando si combatte da una parte e dall’altra una guerra senza esclusione di colpi. Oppure li si definisce «un tragico errore» su cui si farà luce. O si tenta, in qualche modo, di addossare la responsabilità dell’accaduto al nemico.

    Al massimo si discute, senza troppa convinzione, se le sofferenze dei civili (numero di morti, feriti, sfollati, senza tetto), siano «proporzionate» all’evento bellico in corso, ben sapendo che in ogni caso non ha alcun significato parlare di proporzione.

    Che senso ha infatti parlare di proporzione se si considera la guerra civile che si combatte nell’est dell’Ucraina, davanti gli effetti apocalittici della tragedia dell’aereo di linea malese, un Boeing 777, partito da Amsterdam e diretto a Kuala Lumpur con 298 persone a bordo tra passeggeri ed membri dell’equipaggio (nessun sopravvissuto), abbattuto ieri presumibilmente per errore da un missile, mentre sorvolava lo spazio aereo ucraino e schiantatosi poi su una vasta radura vicina a Shaktiarsk, una quarantina di km a est di Donetsk e ad una cinquantina dal confine russo. A bordo c’erano prevalentemente turisti. Molti i bambini, pare una ottantina. Rimbalzano nei media di tutto il mondo le immagini dei corpi dilaniati dei passeggeri sparsi nel raggio di 4 km, le lamiere bruciate dell’areo, fuoco e fumo ovunque.

    Immediato lo scambio di accuse reciproche tra Kiev, da un lato, Mosca e i separatisti filorussi dall’altro. Secondo una fonte del ministero della Difesa ucraina, i miliziani avrebbero colpito per errore l’aereo della Malaysia Airlines nel tentativo di centrare un aereo da trasporto ucraino che era stato segnalato dalle forze di difesa anti aerea russe. La comunità internazionale si è mobilitata per chiedere di fare piena luce sull’evento con un’inchiesta internazionale e per prestare aiuti.

    E che senso ha parlare di proporzione davanti alla morte straziante dei quattro bambini palestinesi intenti a giocare o ad aiutare i padri pescatori a gettare le reti sulla spiaggia di Gaza, effetti collaterali dei raid aerei israeliani avvenuti nei giorni scorsi. Si chiamavano Ahed e Zakaria di dieci anni, e gli altri due portavano entrambi di nome Mohammed, di nove e 11 anni, tutti della famiglia Bakr. L’orrore della loro morte, quasi inseguiti dal missile, filmata in una tragica sequenza, è sotto gli occhi di chiunque, su internet.

    Questa morte «non tollera alcuna effusione sentimentale, che dinanzi alla terribile realtà suonerebbe retorica anche se sentita profondamente» - sottolinea Claudio Magris sul Corriere della Sera (“Gaza, l’orrore senza fine”, 17 luglio 2014). «La morte di qualsiasi bambino - e certo non solo di un bambino ma di chiunque, a cominciare dai tre israeliani rapiti - sotto qualsiasi bomba è un momento in cui la vita, la Storia, il potere politico mostrano il loro volto più imbecille e sanguinoso», aggiunge Magris.

    Poi, forse, a guerra finita, saranno ricostruiti i ponti, le case, le strade, persino meglio di com’era prima, anche se nulla sarà più come prima. Per ricominciare a vivere bisognerà trovare un senso a tutto quello che è accaduto, sanare le ferite invisibili, ricomporre la paura, l’odio, il dolore ad una dimensione accettabile. Non è cosa facile. Dare aiuto psicologico alle popolazioni colpite è meno semplice che ricostruire strade interrotte o inviare aiuti umanitari. Essere coinvolti in situazioni critiche per la sopravvivenza propria o altrui, direttamente e indirettamente (attraverso la visione di immagini o filmati che generano paura, orrore, senso di impotenza), può avere gli stessi effetti di una bomba a deflagrazione ritardata ed evolvere, anche a distanza di mesi dall’evento, in una forma più o meno grave di disturbo da stress post-traumatico.

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