Conti pubblici: profondo rosso! In arrivo la stangata di settembre.

La bolla dei titoli di Stato continua a gonfiarsi: i rendimenti dei BTp a 5 e 10 anni scendono e la domanda cresce! Tant’è che il Tesoro, in queste ultime ore, ha collocato all’asta ben 7 miliardi di euro in titoli di Stato. Si tratta di BTp a 5 e 10 anni e di CcTeu con scadenza 2019. Nel dettaglio, i BTp a 5 anni sono stati collocati per 3 miliardi al nuovo rendimento minimo storico dell’1,20%, in calo dall’1,35% di fine giugno. In aumento il rapporto di copertura a 1,45 da 1,31 dell’asta precedente. Nuovi minimi record anche per i rendimenti dei 2, 5 miliardi di BTp a 10 anni, attestatisi al 2,60% lordo, in calo dal precedente 2,81%. Anche in questo caso, il rapporto di copertura è salito a 1,45 da 1,41 di giugno. Infine, il Tesoro ha piazzato anche CcTeu con scadenza 2019 al rendimento medio lordo dell’1,12%.
Insomma, la domanda è salita, mentre i rendimenti sono scesi. Era previsto alla vigilia, dopo l’ottimo successo riscosso alle aste precedenti di questa settimana, tra BoT a sei mesi e CTz. Va da sé che il costo di rifinanziamento del nostro debito pubblico continua a diminuire. Se alla fine di giugno si attestava all’1,58% medio, con i dati di luglio sembra destinato a limarsi ancora, a tutto beneficio dei nostri conti pubblici, grazie al risparmio sugli interessi sul debito. 
"Finchè dura fa verdura", si dice a Roma. E questo non certo per meriti particolari di Palazzo Chigi - tutto preso dal papocchio Italicum, dalla pseudo riforma del Senato e dal salto del "canguro" - ma solo perché la BCE, insieme alla Federal Reserve, ha azzerato i tassi e varato misure di accomodamento monetario, in modo tale da inondare i mercati di liquidità fin troppo abbondante. Il fenomeno ha dato vita ad una sorta di "bolla dei bond", che sta coinvolgendo dall’inizio dell’anno anche i titoli di Stato.
Così si spiega il calo dei rendimenti sui titoli di Stato, in un Paese alla deriva come il nostro che vede lievitare di ora in ora il debito pubblico, e che non sta facendo un bel niente per agganciare la ripresa: i conti pubblici sono messi a dura prova proprio dalla mancanza di riforme strutturali, dall’immobilismo istituzionale, dall’impoverimento del ceto medio e dal dilagare di povertà e disoccupazione.
E come se no bastasse, anche se il governo Renzi continua a sostenere che una manovra correttiva dei conti pubblici non serve, è evidente a tutti che le cose stanno diversamente.
La settimana scorsa, anche la Banca d’Italia ha stimato per l’Italia una crescita del pil di appena lo 0,2%, contro il +0,8% atteso dal governo nel Def di marzo. In precedenza era stato il Centro studi di Confindustria a stimare la crescita italiana dello 0,2%, mentre per il Fondo Monetario Internazionale non si andrà oltre lo 0,3%.
"Ripresa e Crescita" in Italia sono aria fritta e il pil potrebbe risultare stagnante o in calo anche nel secondo trimestre del 2014. I consumi che  languono, i numeri dell'economia che sono tutti negativi e i conti in rosso dell'amministrazione Renzi, dimostrando l’inefficacia dell'azione di governo e il disastro prodotto dal 'ticket elettorale' degli 80 euro. 
E senza addentrarci in numeri, percentuali e tecnicismi finanziari, che lasciamo a chi di competenza, sarà difficilissimo mantenere gli obiettivi di deficit pubblico stabiliti dal governo per quest’anno. Pertanto è quasi scontato che servirà una manovra correttiva tra i 16 e i 20 miliardi di euro. Ma, anche a voler essere ottimisti - pure senza la manovra correttiva, che per quanto detto, sembra certa - comunque quella per il 2015 appare in sé già pesante, stimata intorno ai 20-25 miliardi di euro, ossia dell’1,2-1,5% del pil.
Insomma, sarà un settembre nero per i conti pubblici italiani e quindi per gli italiani.
Ma chi sarà a pagare il conto? Lasciamo la risposta all'intuito di chi legge.

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