Per il Belpaese chi offre di meno?

di Maria Melania Barone. Ehi Matteo, sei in ri-forma! Ma lo sai che l’economia italiana è ormai in necrosi e rischia un’amputazione? Ti spiegherò perchè la tua riforma del lavoro massacrerà l’economia italiana a vantaggio dei poteri forti. 
Dal 2008 è cominciata la discesa, l’asta al ribasso del nostro paese. Qualcuno deve esser salito in alto e, comodamente adagiato sul trono dei poteri forti deve aver detto: “Per il Belpaese chi offre di meno?“. All’appello se la son contesa in tre e gli italiani si son ritrovati a vivere in una manciata di mesi un governo Berlusconi finito malamente, poi hanno dovuto anche vivere l’esperienze di un governo “tetro” come quello di Monti che, tra conteggi di suicidi e comparazioni statistiche delle vittime della crisi è finito con sollievo di tutti nel 2013 e poi il “Pupo di Firenze”, quello che giurava di non voler fare “inciuci di palazzo”. 
E non importa se alla fine lui sta alla testa del governo per quel 25% che Bersani giustamente gli rinfaccia, lui alla fine è arrivato e adesso deve fare le riforme, quelle per il paese. Nel 2013 annunciò di voler creare 450 mila posti di lavoro e si è messo subito all’opera ma non riducendo la pressione fiscale sulle imprese che è tra le più alte del mondo, bensì riformando l’articolo 18. L’Italia tocca il primato sia in Europa, sia tra tutti i paesi extra Ue con una pressione fiscale sui profitti che tocca il vertice del 68,8%. Un paese che necessita di una riforma del lavoro che contempli la ridiscussione ed il conseguente smantellamento dell’articolo 18 è un paese che può permetterselo o che ha un’offerta di lavoro decisamente più alta della richiesta da rendere irrisorio il “rischio di licenziamento senza giusta causa”. Anzi, anche in quel caso, sarebbe una riforma superflua se non addirittura ridicola per chi riesce a concepirla e, comunque sia, non è il caso dell’Italia. 
L’Italia, caro Renzi, è un paese con un tasso di disoccupazione tra i più alti d’Europa che ha visto incrementare del 50% la percentuale complessiva dei disoccupati rispetto al 2008. (...) Un dato che fa pensare a quanto disse il Fmi nel 2011: “La crisi in Italia durerà fino al 2017″. Niente illusioni quindi.

La situazione italiana è uno schifo. Dinanzi agli occhi abbiamo la guerra economico-finanziaria contro la Russia, la partecipazione militare contro l’ISIS, l’alleanza con gli americani contro Assad, la guerra in Africa e poi… e poi…. un sacco di guai. Brucia come un marchio infame quel tasso sulla disoccupazione giovanile: i livelli precrisi dei giovani under 25 superavano di poco il 20,3% adesso invece è quasi raddoppiato arrivando al 40%. Uno su tre lavora e tra tutti quelli che lavorano il 52,5% ha un lavoro precario. I tassi precrisi dei giovani precari erano fissati a un 42,3%. La situazione italiana è uno schifo, insomma. In un caos del genere c’è addirittura chi ha creduto che il tutto potesse risolversi con un rottamatore. 
Ma lui è Renzi, è il rottamatore. Un rottamatore che, alla fine, è finito per rottamare (quasi) anche l’articolo 18. Unico baluardo dei lavoratori per una Repubblica che crede di essere fondata sul lavoro. Se lo ripete come un mantra allo specchio ogni mattina anche se c’è chi, come te, arriva per smantellare un principio che dovrebbe essere non alla base del diritto del lavoro, ma “alla base di un senso di civiltà”, come ha detto anche Sergio Cofferati: “il licenziamento senza giusta causa”. La riforma del rottamatore prevede anche il demansionamento, controllo a distanza e ammortizzatori. Vabbè, sembra un pasticcio fatto in fretta e furia, un pò come l’attitudine a voler riformare la Costituzione in 15 giorni (renziana anche questa), quella Costituzione che i padri costituenti hanno meditato e concepito in settimane di discussione filosofica tra i cipressi di Montepulciano in provincia di Siena e non correndo con un gelato in mano tra le strade della capitale. Ma lui è Renzi, è il rottamatore. Lui non è della vecchia guardia, è giovane, moderno. Lui non ha bisogno di dissertazioni filosofiche, no, lui è pratico, conciso, concreto. Così concreto che ha subito dato gli 80 euro in busta paga ad una parte del ceto “medio” (ammesso che esista ancora), però poi ha barattato gli spiccioli con l’articolo 18 che “gli ha chiesto Draghi“. 
Abolizione dell'Articolo 18. Si tratta di un diktat della Bce come attacca anche Landini, presidente della Fiom. A questo punto c’è da domandarsi se una riforma dell’articolo 18 con conseguente legittimazione del “licenziamento senza giusta causa”, demansionamento sia davvero risolutivo per il nodo disoccupazione che abbiamo spiegato sopra. Serve davvero una riforma del genere alla flessibilità? E, soprattutto, cos’è la flessibilità per Matteo Renzi? La libertà di licenziare quanto si vuole? Come ha detto anche Landini, l’articolo 18 si applica alle aziende con più di 15 dipendenti e le aziende in cui non si applica (che sono la maggioranza delle aziende italiane) non sono assolutamente cresciute in questi anni, anzi, la maggioranza di esse ha chiuso. Tra l’altro come ha sottolineato anche Bersani la Germania ha una tutela per il lavoratore molto più rigida dell’Italia eppure sembra che se la passi meglio, come mai? Semplice, la verità che rottamare l’articolo 18 equivale a parlare del nulla o meglio, equivale a mettere un mattone un più in quel programma europeo che vuole la necrosi dell’economia italiana. 
Le colpe del Sindacato. L’abolizione dell’articolo 18 potrebbe essere il primo passo verso la ghigliottina. E se tutto ciò dovesse accadere sarebbe anche, paradossalmente, colpa di quei sindacati che attaccano l’operato di Renzi: se l’obbligo di reintegro per il “licenziamento senza giusta causa” è un dovere civile, come dice Cofferati, perchè allora i sindacati non hanno lottato seriamente per dare questa garanzia anche ai lavoratori delle piccole imprese? Sarebbe bastato impegnarsi in questo senso per instillare davvero, nella mentalità del lavoratore e della pubblica opinione, un diritto sociale così basilare. Invece no, nel Belpaese i Sindacati hanno giocato sulla difensiva più che sull’attacco, quasi facendo un favore a quei beccamorti della Bce che ci hanno portato sull’orlo del baratro. 
Silvio Berlusconi. La riforma del rottamatore fa parte di un piano più vasto per necrotizzare l’economia italiana. Strano che proprio Forza Italia lo appoggi, quella stessa Forza Italia sostenitrice del complotto contro Silvio Berlusconi: “L’Europa mi ha fatto fuori perchè contrastavo la Germania”. Un complotto che avrebbe visto poi contratti tra Napolitano e Mario Monti a vantaggio dei poteri finanziari. Tutto vero? Così pare, a maggior ragione il miglior alleato di Renzi dovrebbe, a rigor di logica, trasformarsi nel suo oppositore, o no? 
Il Quirinale. E guarda caso proprio dal Quirinale arriva un’altra affermazione: “L’Italia non può restare prigioniera dei corporativismi e conservatorismi“. A parlare è Napolitano, il padre putativo di Monti. Il riferimento è chiaramente all’articolo 18. Anche per l’ex comunista di origini reali in pratica la legittimazione del licenziamento senza giusta causa è sintomo di riforma. Abbiamo bisogno di non perdere ciò che ci rimane e per farlo abbiamo bisogno di garanzie, non di precarietà che per Renzi, evidentemente, è sinonimo di “flessibilità”. 
L’unico modo per creare posti di lavoro è intervenire in settori strategici: legalizzazione della marijuana non solo ad uso terapeutico ma anche ludico, energie rinnovabili (e non petrolizzazione dell’Italia come si sta facendo dal 2007), abbiamo bisogno del riciclaggio dei rifiuti e della vendita di materiale proveniente dalle discariche e non di inceneritori. Soprattutto abbiamo bisogno di dimezzare fin da subito la pressione fiscale sui profitti delle imprese e anche di garantire, parallelamente, il diritto al lavoro a tutti i lavoratori. Solo così gli imprenditori decideranno di investire in Italia. Un paese che oggi è in via di rottamazione.

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