Contro la corruzione serve la riforma della P.A.

di Gianfranco Fini. Le vicende affaristico-politiche romane e tante altre precedenti inchieste giudiziarie - si pensi solo al Mose - hanno confermato che tra le tante riforme di cui c’è assoluta urgenza, quella della pubblica amministrazione è davvero una questione ineludibile per far si che l’Italia diventi un Paese meno corrotto, più organizzato al suo interno e quindi anche più competitivo nello scenario globale. Non a caso tutti i governi degli ultimi anni hanno cercato, senza tuttavia ottenere granchè, di porla al centro dell’agenda politica nella consapevolezza che la fiducia dei cittadini nello Stato dipende dal funzionamento dei suoi servizi e dalla riduzione dei relativi costi. Tuttavia per cambiare sul serio, e non solo a parole, la complessa “macchina” dello Stato, occorre mettere da parte pregiudizi e risentimenti, spesso ingiustificati, nei confronti dei civil servants.
La politica e l’amministrazione (intesa nel senso lato del termine) sono infatti andate troppo spesso “a braccetto” negli ultimi anni, con un patto, non sempre virtuoso, di “do ut des”. La responsabilità è quindi di tutti se oggi ci troviamo di fronte ad un’organizzazione amministrativa pletorica e complessa che risponde solo a se stessa; ciò soprattutto a causa di una legislazione, di rango primario e secondario, che, in modo convulso e schizofrenico, le ha attribuito infiniti poteri discrezionali e dilatori, con conseguente danno per la certezza del diritto. Ciò detto e guardando al futuro, cosa fare per voltare pagina? In primo luogo, occorre riannodare i fili di un discorso che si è perso nella notte dei tempi. Mi riferisco alla necessità di riaffermare, almeno in alcuni settori strategici che hanno forti implicazioni economiche, (ad esempio, la materia degli appalti), il principio della qualità della legislazione, oggi ridotta ad un ginepraio di norme molto spesso confuse e contraddittorie, di impossibile lettura perfino per gli addetti ai lavori (figuriamoci per i poveri utenti!). A tal fine sarebbe opportuno istituire una task force cui affidare il compito di avviare un’opera di semplificazione e “ripulitura” del nostro ordinamento giuridico. Ricordiamoci quello che scriveva Tacito negli Annali: “la Repubblica diventa corrotta quando le leggi sono moltissime”! In secondo luogo, è tempo di rimettere mano alla riscrittura geografica di tutti gli organismi ed uffici pubblici, accorpandoli ratione materiae e prevedendo l’immediata soppressione di quelli inutili, con conseguente e ragionevole mobilità del personale. In terzo luogo, non si può più prescindere dall’introdurre rigorosi ed autonomi meccanismi di controllo delle performance dirigenziali che, allo stato, non esistono. Penso in particolare a quelle a forte impatto con i cittadini, ovviamente fermo restando che i criteri di selezione della classe dirigente, ai fini del conferimento degli incarichi, non possono essere affidati a scelte di tipo politico. L’amministrazione infatti deve restare imparziale e neutra, così come dispone l’articolo 97 della Costituzione. Da questo punto di vista delude non poco l’idea (assai vecchia) di “richiamare in vita” il cosiddetto “Ruolo Unico” dei dirigenti dello Stato (aperto perfino a quelli che provengono dagli enti territoriali), già sperimentato in passato e miseramente fallito in quanto non idoneo ad assicurare l’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro nell’ambito della pubblica amministrazione, ma utile soltanto ai fini della scelta personalistica di qualche dirigente da parte del potere politico di turno. Infine, sarebbe utile “riportare” i dirigenti dello Stato nell’alveo del regime di diritto pubblico. Le “sciagure”, infatti, per l’amministrazione centrale dello Stato pur con l’eccezione di alcuni ministeri sono iniziate da quando si è privatizzato il rapporto di lavoro, nella pia illusione di creare una “complicità efficiente” tra politica ed amministrazione. Così, ad essere onesti, non è stato. Ed anzi spesso (si pensi a ciò che avviene ad ogni cambio di Governo) si ha l’impressione di assistere ad uno squalificante “mercato” dove gli interessi della politica e dell’amministrazione tendono a convergere, e non sempre per nobili motivi.

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