Due donne saudite arrestate per aver guidato una macchina!

di Grazia Nonis. L’uomo si mette le mani in tasca, tira fuori le chiavi dell’auto e si mette alla guida. La donna fruga nella borsa, impreca sottovoce spostando rossetto, assorbente, pacchetto di caramelle, fazzolettini di carta e buoni sconto per poi estrarre esultante il portachiavi dell’auto.
Gesti semplici e diversi per chi li compie, ma di uso comune per uomini e donne che si siedono al volante e vanno dove gli pare. E’ tutto così “normale” che sembra impossibile che in Arabia Saudita due donne siano finite in carcere per aver osato guidare una macchina. Loujain al-Hathloul, di 25anni e Maysa al-Amoudi di 33 hanno alzato la testa in nome della libertà femminile di fronte al padre padrone ed alle leggi barbare che schiacciano sul nascere qualsiasi tipo di ribellione. Donne saudite arrestate e da mandare a processo per aver osato infrangere la legge che vieta la guida alle donne, obbligandole a viaggiare solo se accompagnate dal marito o dal padre, o da un modulo di autorizzazione firmato da un tutore maschio. Donne trattate come oggetti che arredano, esseri non pensanti obbligati a fare solo ciò che l’uomo impone loro perché l’uguaglianza tra i sessi, lì, è inconcepibile, inattuabile, occidentale, da combattere. Ogni tanto, un contentino, una concessione, così come si fa coi cani legati alla catena. Gli si butta un piccolo osso per farli tacere, tra una bastonata e l’altra. Così che imparino chi comanda. Donne costrette a ringraziare i dottori della legge per la cancellazione del divieto di andare in bicicletta. Una buffonata camuffata da privilegio: “A patto che siano vestite in modo modesto e che sia presente un guardiano in caso di cadute o incidenti''. I 'guardiani' delle saudite sono i padri, i mariti, i fratelli o i tutori. “Alle donne non è consentito utilizzare le biciclette come 'mezzi di trasporto', ma solo in momenti di svago”. Cinica regalia donata da cinici omuncoli che considerano l’essere inferiore, e cioè la donna, serva e schiava ma soprattutto stupida e incapace. E questo è razzismo, non di etnia o religione, bensì razzismo femminile. Loujain e Maysa si sono auto-elette contestatrici femministe, senza però essere supportate dalle loro pari sesso succubi e plagiate dall’essere superiore, l’uomo, che ha in mano le loro menti e i loro destini. Donne dal capo chino che ben si guardano dall’ergersi paladine di chi lotta anche per la loro libertà. Donne che condannano altre donne perché “Se è così dalla notte dei tempi, così dovrà essere per sempre”. Donne che accettano piccole gocce di sciocca libertà elargite dal loro signore e padrone che si sostituisce a Dio facendo loro qualche ridicola concessione. Si potrebbe obiettare che non ce ne frega niente, che non ci riguarda perché loro sono là, in un altro paese con altre regole e altre leggi. Ma ciò che oggi appare lontano in realtà è già dietro l’angolo di casa nostra. Invasori maschilisti stoltamente giudicati innocui da chi ci governa, grazie anche all’indegno comportamento di alcune rappresentanti delle nostre istituzioni. Donne salite in cattedra per insegnare a noi caproni cos’è l’integrazione. Donne di Stato in moschea coperte di un hijab a scimmiottare le “velate”, sorridono gioiose e fiere nella loro imbecillità mentre accolgono con calore e a braccia aperte i fratelli di quelli che, lontano da noi, hanno incarcerato Loujain e Maysa per il solo fatto di aver guidato una macchina.

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