L’impunito gaffeur.

di Massimo Gramellini. Mi ero ripromesso di non occuparmi più delle gaffe di Berlusconi, a meno che l’anziano entertainer si fosse esibito in un numero inaudito persino per lui. Che so, raccontare una barzelletta sulla mafia al ricevimento di un Presidente della Repubblica che ha avuto un fratello ammazzato da Cosa Nostra. Ebbene, l’ha fatto. L’ha raccontata. Lì, nel salone delle feste del Quirinale, dove la sua presenza all’incoronazione di Mattarella aveva già suscitato tante polemiche. Un mafioso viene fermato dalle forze dell’ordine che gli chiedono cosa nasconda nel bagagliaio. Una calcolatrice, risponde lui. E quando gli trovano una lupara, si giustifica: "Noi i conti in Sicilia li facciamo così".
Il talento di Berlusconi per l’inopportuno è proverbiale. Riuscirebbe a elogiare il brasato al barolo durante una cena di vegani. Come sempre, ma forse meno di un tempo, l’opinione pubblica si dividerà. Qualcuno ne loderà la freschezza sbadata, la volontà deliberata di calpestare le regole della convenienza e della buona educazione. Qualcun altro, per le stesse ragioni, si indignerà, rimarcando che certe spiritosaggini sulla mafia arrivano da chi ospitava in casa un mafioso come stalliere. Lo sfibrante bipolarismo etico ed estetico della Seconda Repubblica. Ma ora che si entra nella Terza rinculando fino alla Prima, la barzelletta dell’impunito gaffeur consente di comprendere meglio il senso di sollievo con cui è stato accolto l’incedere democristiano di Mattarella. Il garbo e il tatto, persino quando sconfinano nell’ipocrisia, restano una difesa straordinaria contro lo sdoganamento del cattivo gusto e la volgarità degli uomini. Di certi, in particolare.

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