L'Oriana: una fiction che di tutto sa tranne che di 'lei'.

di Grazia Nonis. La vedo, lassù, mentre guarda la Puccini farle il verso. L’Oriana scuote la testa mentre urla “Io sono io, punto e basta. Nessuno mi può strumentalizzare”. Anche San Pietro si è rassegnato a quell’atea arrivata lì per caso, senza preavviso, e che s’è fatta pure consegnare le chiavi del grande portone, poiché sarà lei a sfuriare in testa a quelli che l’hanno mediocremente portata in scena, malmenata, sminuita e costretta in un filmetto scialbo e dozzinale. Tutto a suo tempo. Lei, con le sue trecce e l’elmetto in testa, lo sguardo scrutatore, pignolo e da perfezionista, ora è lì che incalza San Pietro per un intervista. E lui, rassegnato, si è arreso alle sue domande e la osserva sbigottito pigiare i tasti della sua Olivetti, mentre lei lavora di
buona lena soffiandogli in faccia il fumo delle sue Sigaretellos, per l’ultimo suo libro, quello che noi non leggeremo mai. Ci è toccato, invece, assistere all’imitazione ingessata, sdolcinata e romanzata della sua vita. Quelle due puntate trasmesse dalla Rai che di tutto sanno tranne che di “Lei”. E la lentezza. Mamma mia che doloroso travaglio. La Puccini è bella, nulla da dire. Pure alta, ma troppo alta per fare l’Orianina, e allo stesso tempo troppo piccola per misurarsi con quel “mostro” della Fallaci. Vista così, la Puccini, neanche se la frusti a sangue e le concedi una pistola, ti si rivolta contro. Ardore, fuoco e rabbia furibonda. Ecco cosa le manca. Gli ingredienti naturali di cui si serviva l’Oriana quando scriveva e che noi, suoi affezionati lettori, riconosciamo in ogni suo rigo, ogni sua virgola, ogni sua pagina. Quel carattere lì, dell’Oriana, mica te lo inventi. Ci vuole una con tanta fame, che s’è scorticata le scarpe e poi calpestato i sassi a piedi nudi, fino a farli sanguinare. Una che s’è ricucita i tagli dell’anima col filo da ricamo e usato la macchina da scrivere come arma, per dire la sua contro tutto e contro tutti. E questa fiction è stata il suo secondo funerale. Come quando vai ad onorare il morto e speri che la bara sia chiusa, per non confondere il ricordo di chi conoscevi da vivo con un corpo grigio e freddo adagiato su un’imbottitura di raso circondata da fiori. Belli gli addobbi, la coreografia e i canti in chiesa, ma finisce tutto lì. Ecco, questa è la sensazione che ho provato. La riesumazione di un cadavere. Che dire, per me l’Oriana è un mito, come donna e come scrittrice. Un’intoccabile che è stata criticata e attaccata troppe volte. Da cani e porci, da politici di varie bandiere, da giullari e cantautori dalla bocca rossa e larga. Da pseudo comici che fanno satira e che hanno infierito su di lei con ignobili e crudeli parodie sul suo cancro. Deridendo lei, la sua malattia e tutti coloro che il cancro s’è portato via. Persone da prendere a legnate usando come arma proprio i libri della Fallaci. Così, da farglieli penetrare nell’unico neurone vagante e solitario del loro cinico cervello. In troppi le si sono scagliati addosso. Forse perché era sempre pronta a dire la sua verità, a testa bassa come un ariete. Guidata dalla passione, la rabbia e l’onestà. Al contrario di molti suoi colleghi di ieri e di oggi, quelli che distorcono, modellano e svendono la verità. Gli astuti contabili della notizia. Quelli che con l’Oriana non c’entrano proprio nulla. Quelli che l’hanno criticata ferocemente, guidati troppo spesso dall’invidia sfrenata che appartiene solo ai banali scribacchini, mediocri imbrattacarte che con Lei non avrebbero mai potuto competere. E oggi più di allora, l’Oriana va buttata giù dal piedistallo. L’Oriana la si deve distruggere. La si deve fermare. Perché l’Oriana fa più danni da morta che da viva.

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