Ascensore sociale bloccato sempre allo stesso piano.

di Gerardo Lisco. Ebbene si, ho deciso di autodenunciarmi. Sono l’ultimo discendente di una stirpe di ferrovieri. A partire dal mio bisnonno paterno, Capo gestore, passando per i miei nonni (nonna e nonno sia chiaro!) e i miei genitori (padre e madre entrambi ferrovieri) anche io sono un ferroviere. Potrei scrivere la storia delle ferrovie dell’Italia meridionale attraverso la biografia della mia famiglia. Dopo aver letto in questi giorni l’ennesimo articolo, su un giornale locale, fare riferimento alla “parentopoli” che interesserebbe le Ferrovie Appulo Lucane srl, azienda nella quale lavoro, mi sono sentito chiamare in causa. Non voglio entrare nel merito di questioni che non conosco
e sulle quali, la Magistratura, se davvero ci sono degli illeciti e se riterrà giusto e opportuno indagare, provvederà ad accertare eventuali responsabilità. Ciò che mi indigna è il clima di “caccia alle streghe” che artatamente è stato creato attorno a coloro che lavorano nelle FAL srl. Dai tanti giornalisti che si stanno cimentando sulla questione avrei voluto che non si limitassero alla banalità dell’apparenza, ma che facessero un’analisi più profonda, analizzando il perché della cosiddetta “parentopoli” FAL e di molte altre “parentopoli” che interessano la società italiana. Mi spiego: quanti sono i figli di politici che fanno i politici? Quanti i figli di avvocati che fanno gli avvocati? Quanti i figli dei postali o dei notai, dei medici, dei farmacisti, dei bancari, dei giornalisti, ecc. che fanno lo stesso mestiere dei genitori? Un grande sociologo americano, Banflied, dopo essere stato a Chiaromonte, uno dei tanti piccoli comuni della Basilicata, teorizzò il c.d. “familismo amorale”. In Italia tale approccio è stato fatto proprio da campioni del liberalismo come Ichino e Alesina i quali contrappongono al familismo amorale il liberalismo del mercato. Tesi fallace alla luce della crisi economica e sociale che travaglia l’Italia ed in particolare il Sud. Le riflessioni lette sui giornali non vanno, appunto, oltre i paradigmi della cultura dominante e la narrazione semplicistica si fonda sui luoghi comuni come uno spot pubblicitario per vendere una copia in più di giornale o per avere un like in più sulla pagina online. Tutto questo denota il trionfo della cultura mercatista ma anche e soprattutto la morte della ragione. Un buon giornalista potrebbe chiedersi perché determinate attività lavorative si tramandano da padre in figlio? Dipende dal fatto che la società è poco liberale o che è eccessivamente liberale? Personalmente penso che la causa del fenomeno sia la seconda. Non sono le forme di protezione sociale che impediscono la mobilità sociale, quindi la possibilità di svolgere un lavoro diverso da quello che fanno i genitori, ma esattamente il contrario. L’eccesso di liberalizzazione spinge ciascun soggetto sociale ad arroccarsi su se stesso e ad utilizzare ciò ha per massimizzare la propria posizione. Nella negoziazione tra soggetti, caratteristica questa propria della logica del mercato, a vincere non è il più bravo ma colui che ha più risorse da spendere per mantenere le posizioni acquisite impedendo agli altri di entrare in gioco. Il mercato è esattamente come le varie parentopoli: tutela le posizioni più forti trasformandosi in oligopolio se non addirittura in monopolio. Dunque, se il figlio di un ferroviere diventa anche lui ferroviere è perché ha di fronte a se l’ascensore sociale bloccato sempre allo stesso piano, perché manca chi, di tanto in tanto, schiaccia il bottone per metterlo in movimento. Chi fa muovere l’ascensore sociale non può essere il mercato, ma solo uno Stato realmente democratico che opera con politiche redistributive tali da consentire anche al “figlio dell’operaio di diventare dottore”. Le ragioni delle varie “parentopoli” sono molto più complesse e non possono essere utilizzate per stigmatizzare delle persone solo perché hanno, per tutta una serie di ragioni, scelto di seguire le orme dei genitori e, magari, dei nonni e dei bisnonni. Tornando alla questione locale, mi premeva solo evidenziare i limiti della narrazione fatta sulla stampa e della stigmatizzazione che attraverso essa si fa delle circa 600 persone che lavorano nelle FAL. Una parte sono figli e nipoti di ferrovieri, come lo sono io; molti altri non hanno mai avuto nulla a che vedere con un’azienda ferroviaria se non da quando vi lavorano. Alcuni, nelle FAL come in qualunque altra azienda, svolgono il proprio lavoro con coscienza e dedizione, per semplice senso del dovere e qualcuno anche per un senso di appartenenza che va oltre il legame lavorativo. Qualcuno ha respirato “la ferrovia” fin da piccolo, ha visto segnare le ore della sua giornata dal fischio della littorina e ha scelto di entrare in ferrovia. Perché condannarlo? Poi c’è qualcuno che, magari, si trova a fare un lavoro che non ama, che ritiene un ripiego; qualcuno che vorrebbe prendere quel famoso ascensore e rinnega, denigrandole, le proprie origini.

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