Bulli e bullette.

di Grazia Nonis. Ogni giorno la cronaca ci riporta episodi di cattiveria giovanile, scolastica e non: pestaggi di gruppo obbligatoriamente filmati col telefonino e subito postati in rete, parolacce, sfottò ed emarginazione ai danni dello “sfigato” di turno. La più recente riguarda un ragazzo di Cuneo in gita a Roma con i suoi compagni di scuola: spogliato, rasate le gambe, bruciato con un accendino e deriso. Giusta la punizione del preside che ha sospeso da scuola i colpevoli e dato loro il quattro in condotta. Ma un brivido m’attraversa la schiena mentre leggo le dichiarazioni assurde dei genitori di questi bulletti:
“Era solo uno scherzo” e “Col quattro in condotta rischiano di perdere l’anno”. Nessuna pietà, nessuna scusa. Anzi, la vittima diventa il colpevole. Al traditore si deve togliere il saluto. Ha parlato quando doveva tacere. Subire e tacere. Così la pensano bulli e genitori. Ragazzi e ragazze di oggi che saranno gli uomini e le donne di domani. Dio ce ne scampi. Aride madri e gelidi padri che difendono a spada tratta i loro “cuccioli” nascondendoli dietro le loro gambe. Pargoli viziati e algidi cresciuti nella bambagia dell’ipocrisia genitoriale. Una bambagia cieca e cinica che nutre le loro cellule rendendoli insensibili al dolore altrui. Crescere i figli è difficile. Vorremmo che il nostro”prodotto” nascesse già con un libro in mano, superintelligente e magari futuro asso dello sport. Tirarlo su senza far fatica e godere solo dei suoi successi. Quando ci rendiamo conto che il pupo è semplicemente normale, che l’adolescenza è una brutta bestia, e che i nostri figli non stringono più la loro mano nella nostra, le cose cominciano a complicarsi. Iniziano i problemi e le preoccupazioni, le notti insonni e le scelte. I genitori struzzo da una parte e i genitori leone dall’altra. I primi, per sopravvivere e per placare la propria coscienza, fanno finta che tutto vada bene. Mettono fuori uso le antenne invisibili che collegheranno genitori e figli per sempre, scegliendo d’interrompere volontariamente la ricezione di quei segnali che normalmente fanno fischiare le orecchie e rizzare i capelli in testa. Padri e madri che diventano maestri della banalizzazione e paladini delle “ragazzate”, solo quando, però, sono i loro ragazzi a farle agli altri. Figli sempre più soli che conoscono un unico dialogo sottoforma di alfabeto morse o di sms. Soli ma liberi di fare qualsiasi tipo d’esperienza. Lecita o illecita. Che vuoi che sia uno spinello, un bicchierino, un bicchiere o un’intera bottiglia. “Siamo stati ragazzi anche noi”. E si vede. Di altra specie è il genitore Leone, quello che non aggira mai l’ostacolo, ma lo affronta. Capisce subito che il suo pischello potrebbe diventare un senza coscienza. Allora lo marca a uomo, gli cozza contro, diventa la sua ombra. Adopera le tenaglie per far ripartire un dialogo sopito dal mutismo ormonale dell’adolescenza, quello che lo fa chiudere a riccio, che glielo rende nemico, che gli fa paura, lo terrorizza. Ma il genitore leone non molla, solletica la sua giovane coscienza, catapultata giù negli abissi della “stupidera” brufolosa e puberale. La porta allo scoperto e la fa notare al figlio, che resta stupito e meravigliato accorgendosi di averne una. Viene rispolverato il rispetto per se stesso e per gli altri, spesso ignorato e calpestato per poter far parte del gruppo dei teppistelli della classe. Per non dover essere emarginato, deriso e preso di mira dai soliti idioti, degni eredi dei genitori struzzo. E poi la scuola, amata odiata e maledetta scuola. Genitori struzzo che rinnegherebbero Dio per far passare l’anno ai propri figli, per non farli bocciare. La loro priorità è la scuola, sopra tutto e sopra tutti. Questione di vita o di morte. Poco importa che difendendoli sempre e comunque essi crescano deboli, vulnerabili e indifferenti al mondo che li circonda. Poco importa se l’educazione morale viene ben prima di quella scolastica. Poco importa se in quel corpo acerbo, di asino o di futuro scienziato, sonnecchi un’anima resa sterile da sterili genitori.

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