Il Pd è caduto nelle mani sbagliate.

di Gerardo Lisco. Esattamente un anno fa, con lo straripante risultato delle elezioni europee, l’ascesa di Renzi appariva cosa fatta. Una nuova era di stabilità politica si apriva per il sistema politico italiano. I risultati delle recenti elezioni regionali e comunali, ma anche i risultati delle precedenti tornate amministrative, se letti attentamente, sono invece il sintomo del caos politico che si prospetta all’orizzonte. Le domande che si pongono a Renzi e al suo entourage sono: continuare con il Partito della Nazione e quindi imprimere un’accelerata ai provvedimenti legislativi in discussione: scuola, RAI, mercato del lavoro, istituzioni, ecc., oppure mettere una pietra tombale su di esso recependo gli aggiustamenti proposti dalla Sinistra Dem e dai Sindacati?
Scegliere tra le due opzioni non è cosa facile. Scegliendo l’opzione rappresentata dal Partito della Nazione, anche se forse è più corretto usare l’allocuzione di Diamanti e cioè Partito di Renzi, si prosegue lungo la via intrapresa alle elezioni europee che ha portato al travaso di voti dal centrodestra e dalla destra verso Renzi e, contestualmente, a una forte astensione da parte dei ceti sociali che tradizionalmente votano a sinistra. Elettorato questo che comunque, a un certo punto, potrebbe anche decidere di votare per altri come è già successo alle ultime elezioni politiche. Coloro che sostengono che bisogna proseguire lungo la strada che porta al P.di.R. attribuiscono il risultato delle recenti elezioni amministrative a cause strettamente locali. L’unica colpa attribuibile al Governo è che si è lasciato imbrigliare dalle minoranze Dem in merito agli ultimi provvedimenti in discussione. Uno per tutti la Scuola. Coloro che sostengono questa opzione spingono per una svolta autoritaria e fortemente liberale, dimenticando però che le varie minoranze Dem, fino ad ora, hanno contato meno del due di briscola. Sono state asfaltate secondo la definizione di Renzi, per cui è molto difficile usarle come capro espiatorio. La seconda opzione, che è quella che propugnano le minoranze Dem, è che, dichiarato defunto il Partito della Nazione ossia il P.di.R., si avvii una seria riflessione sul partito e sulle politiche del Governo funzionale al recupero dei ceti sociali che hanno avuto come riferimento la sinistra e il centrosinistra, costruendo, in questo modo, una base elettoralmente forte dalla quale partire per alleanze politiche e sociali articolate ed ampie. Renzi caratterialmente non accetterà mai di scegliere questa seconda opzione. Renzi, se non fosse chiaro, non ama il PD, non ama i valori sui quali esso è nato. Per Renzi il PD è stato solo un trampolino di lancio. Dalle frequentazioni politiche e amicali si evince chiaramente qual è il suo background culturale e ideale: non ha nulla a che vedere con la cultura politica Democratica. Per capirlo è sufficiente leggere qualche biografia. Per queste ragioni imprimerà una spinta ai provvedimenti in corso cercando lo scontro sociale e politico per puntare direttamente alle elezioni politiche. Dalle recenti elezioni amministrative si evincono una serie di indicatori che,invece, dovrebbero spingere Renzi ad essere molto più prudente riposizionando la sua azione di Governo e ricompattando il Partito. La destra si sta riorganizzando attorno a Salvini; ma il dato più rilevante, quello che dovrebbe spingere Renzi ad un’attenta valutazione del contesto, è forse quella sorta di tacito accordo che esiste tra elettorato di destra ed elettorato grillino. Il P.di R. è il nemico da abbattere per entrambi gli elettorati. Il corpo elettorale è fondamentalmente diviso in quattro aggregati: votanti P.di R., non votanti, votanti M5S, votanti di destra. I risultati elettorali, letti con realismo e senza enfasi, dicono che il P.di R. si attesta tra il 25% e il 35% del consenso. La forbice dipende dal livello di astensione e da quali delle tre parti viene più colpita dal fenomeno astensione. Renzi pur contando su un dispiegamento mediatico a suo favore imponente sta perdendo appeal sull’elettorato. L’idea che la maggioranza dell’opinione pubblica si è fatta è che Renzi vada cacciato per la sua spudoratezza e la sua arroganza. Sono questi elementi caratteriali che, se all’inizio lo hanno reso ben accetto, oggi gli si stanno rivoltando contro. Il P.di.R. non è in grado di allearsi se non con comparse della politica come è successo per Scelta Civica e NCD. Questa incapacità scaturisce direttamente dal solipsismo di Renzi. Dai limiti caratteriali e politici di Renzi deduco che asseconderà le spinte che vengono dalle istituzioni UE liberiste e dal potere finanziario nazionale che attraverso i media lo spingono verso politiche sempre più liberiste. Un esempio per tutti di queste spinte è il nesso tra spesa pubblica e corruzione romana. Come se, di per se la spesa pubblica sia fonte di corruzione. Quando invece i veri problemi sono riqualificare la spesa pubblica e selezionare la classe politica non in base al pacchetto di voti ma in base alle competenze, all’etica e ai valori culturali di cui è portatrice. L’adesione alle politiche liberali e liberiste non scaturisce dal convincimento che esse siano le più utili al Paese. Data la scarsa capacità di ascolto penso proprio che la cosa gli interessi poco. Ciò che più interessa a Renzi è che grazie a queste politiche gli si aprono le porte di quei salotti che ha iniziato a frequentare in Toscana, prima da Presidente della Provincia e poi da Sindaco, e che vuole continuare a frequentare da Presidente del Consiglio. In conclusione si connota sempre più chiaramente come la causa dell’ascesa del caos politico che tende a prendere sempre di più le sembianze di un Giano bifronte con i volti di Salvini e Grillo.