Non sono diventato renziano ma resto nel Pd.

di Gerardo Lisco. L’idea di Partito della Nazione non è frutto di Renzi ma di Reichlin. Renzi l’ha usata in modo strumentale per incartare la Sinistra Dem. Come ho già scritto, è il frutto di una certa intellighenzia di provenienza ex PCI. Purtroppo in questa idea come in tante altre ravviso i limiti della cultura politica di una certa dirigenza di provenienza PCI. Una cosa, a suo tempo, costoro avrebbero dovuto fare e cioè riconoscere la vittoria storica del Socialismo e invece? Pur di non riconoscere quella vittoria, e conseguentemente la sconfitta storica e politica del comunismo, hanno continuato a partorire schemi, idee, tattiche che si sono
dimostrate solo fallaci. Chiarito che il Partito della Nazione è morto e sepolto passiamo alle cose serie.
In ordine: 
1) Nella sua relazione Renzi ha ribadito che il PD è e resta nella tradizione del Socialismo Europee, resta quindi un partito di sinistra. Non posso che condividere. 
2) Basta con la politica di austerità imposta dalla tecnocrazia UE e dalla Germania. Deve essere un “basta” sul serio e non come è successo nei sei mesi di presidenza italiana della UE. 
3) Apre sulla riforma della scuola e del senato. Le minoranze PD accettino la sfida nel merito. 
4) Reddito minimo. Sostanzialmente ha detto di non condividere. Per la verità lo ritengo anche io una idea campata in aria. Una cosa è ragionare sugli ammortizzatori sociali altra cosa è parlare di reddito minimo garantito. Non parliamo poi di reddito di cittadinanza. Idea questa fuori luogo e soprattutto di ispirazione neoliberista ( Von Hayeck per capirci, il solo nominarlo mi provoca l’orticaria). A ciò aggiungo che reddito minimo e reddito di cittadinanza mi ricordano molti degli interventi di politica sociale messi in campo nell’Inghilterra che va dall’età elisabettiana al XIX secolo. Sono entrambi datati. Penso invece che bisognerebbe sforzarsi di elaborare politiche del lavoro e sociali nel solco tracciato dalla Costituzione repubblicana. Per restare nel solco della Costituzione la questione lavoro bisogna affrontarla in termini di risorsa scarsa da distribuire equamente. Lungi da me gli slogan alla Pierre Carniti “lavorare tutti lavorare meno”. Mi limito a prendere atto di un dato: l’orario di lavoro di un italiano è di gran lunga superiore a quello di un lavoratore di paesi come Germania e Francia solo per citare i modelli che vengono spesso tirati in ballo. Il lavoro ( art.1 Cost.) attiene politiche redistributive, politiche miranti alla creazione di posti di lavoro, politiche di equità fiscale ( art. 53 Cost.), di redistribuzione della ricchezza prodotta, di partecipazione democratica ( art. 3 Cost), di politica industriale, di politiche della formazione, di politiche industriali legate alla ricerca e all’innovazione, di politiche che attengono il ruolo e la funzione dello Stato, ossia più o meno Stato, più o meno mercato. Vorrei che partendo dal “lavoro” si iniziasse a ragionare complessivamente sulle questioni in termini di sistema e di programmazione. 
5) La domanda cruciale il PD è e resta di Sinistra ma appunto quale sinistra. Sicuramente non può essere la sinistra che stanno provando a disegnare Landini e compagnia. Liquida ed evanescente. Sicuramente non può nemmeno essere una sinistra che si limita a rivendicare l’allargamento dei c.d. diritti civili e di libertà. Abbiate pazienza l’allargamento dei diritti di libertà e civili non può essere ricondotta alla sola cultura di sinistra. Nel Regno Unito, ad esempio, tali battaglie sono condotte da Cameron. L’allargamento dei diritti civili e di libertà in chiave Socialista, il PD è ufficialmente un partito Socialista, attengono politiche redistributive della ricchezza. Riconoscere un diritto di per se non è sufficiente se la persona non viene messa nelle condizioni di poter godere realmente del diritto riconosciuto. Purtroppo il modo come viene approcciata la questione “ diritti” è la prova della confusione che regna nella cultura politica di sinistra. Non si capisce più la differenza tra Destra e Sinistra. Non si colgono le differenze e cioè presupposti culturali e tipi di intervento. 
6) La prova ontologica dell’essere sinistra può essere data solo da politiche che attengono: giustizia sociale, equità fiscale, partecipazione democratica, promozione della persona all’interno di un sistema sociale, ruolo e funzione dello Stato. 
7) Concludo dicendo che le minoranze di sinistra del PD non possono esimersi dall’accettare la sfida. Citando Vittorio Foa questo non è il momento dell’arrocco, è il momento del “cavallo”.