Povero Sud, cresce meno della Grecia.

di Gerardo Lisco. In questi giorni, dopo la pubblicazione del rapporto dello Svimez sul Meridione, la Questione meridionale è tornata in tutta la sua drammaticità. Che il meridione stesse vivendo una situazione grave era del tutto evidente. Il rapporto dello Svimez riferisce che il Sud cresce meno della Grecia cioè si trova in una situazione critica di gran lunga peggiore. Renzi ha convocato una Direzione del suo Pd per affrontare il tema: a settembre presenterà un master plan.
Conoscendo la forma mentis di Renzi, sono piuttosto preoccupato. Politici, forze sociali, intellettuali, si sono avvicendati al capezzale del moribondo, spesso con una buona dose di ipocrisia ben sapendo che, dopo anni di politiche assurde, le cose non potevano stare diversamente. La domanda da porsi a questo punto è: l’abbandono del Mezzogiorno è stato un atto volontario e quindi una strategia politica ben pianificata o solo un errore dovuto a un’errata valutazione del problema? Propendo per la prima ipotesi. In questi anni, a parte le parentesi rappresentate dai governi guidati da Romano Prodi, c’è stata una precisa volontà politica di abbandonare il Mezzogiorno. Per rendersene conto è sufficiente analizzare le politiche economiche messe in campo. Siamo in presenza della ridefinizione del sistema geopolitico ed economico e ancora una volta, come 150 anni fa, i ceti sociali egemoni hanno scelto il Nord invece del Sud. L’ultima volta che le classi egemoni hanno scelto il Sud è stato all’epoca dei Normanni e di Federico II di Svevia con la nascita del Regno di Sicilia. Dopo di che il Meridione è stato solo terra di conquista utile a dare sfogo alle ambizioni di qualche dinastia. Per capire cosa significhi ridefinizione di sistema bisogna far riferimento a ciò che è successo nel XIX secolo con il processo che portò il 17 marzo 1861 alla proclamazione del Regno d’Italia. Sia chiaro la mia non è retorica neoborbonica. I miei riferimenti sono in primo luogo i seri studi condotti dall’economista Gianfranco Viesti. Citando Guido Dorso, un meridionalista serio, il processo unitario è stato il prodotto dell’espansione militare e dinastica dei Savoia, i quali, grazie a Cavour, alla capacità di inserirsi nelle dinamiche internazionali dell’epoca e agli interessi della nascente borghesia settentrionale, salvaguardando gli interessi parassitari dei ceti sociali meridionali del sud, riuscirono a porre sulle loro teste la Corona di re d’Italia. I costi che hanno accompagnato la nascita dello stato nazionale allora, come in tutte le occasioni che hanno richiesto investimenti a favore della ristrutturazione del sistema, sono stati pagati dal Meridione. Si è creato un sistema di alleanze tra Nord e Sud per cui, in linea di massima, gli investimenti produttivi sono stati dirottati a Nord, la rendita parassitaria è stata garantita al Sud. In sostanza un sistema neocoloniale. Anni fa, Luca Ricolfi, pose in un suo scritto la “questione settentrionale”: chi si sarebbe fatto carico dei costi del processo che vedeva la nascita dell’Ue? La questione è stata affrontata con interventi molteplici: federalismo fiscale, decentramento, utilizzo dei fondi Fas per pagare le multe per le quote latte degli allevatori veneti, taglio dei trasferimenti al Sud a favore del Nord e così via. Perfino il Jobs Act come la “controriforma” della scuola sono finalizzati a trasferire risorse e capitale umano dal Sud verso il Nord. L’abbandono del Sud scaturisce da un disegno deliberato perché, ad esclusione dei due Governi guidati da Prodi, nessun altro Governo ha avuto una politica nazionale. L’abbandono del Sud è il risultato dell’Europa che si sta costruendo: finito il sogno dell’Europa unita è rimasto quello dell’Europa Carolingia ed è solo il caso di ricordare che questa Europa si fermava ai confini dello Stato Pontificio. I ceti sociali egemoni e le classi politiche da essi foraggiate hanno deciso che per partecipare al processo di costruzione dell’Europa Carolingia il sud non è necessario. Questo dato emerge chiaramente quando Renzi dichiara: “l’Italia è in crescita è il Sud che arranca.” Perché, il Sud non fa parte dell’Italia? Sono queste le ragioni per le quali tutti i governi che si sono fino ad ora succeduti non mi hanno mai convinto e ritengo che l’idea di Renzi non vada oltre i soliti interventi miranti a tutelare in qualche modo le rendite di posizione di alcuni gruppi sociali meridionali e in particolare di quella parte della casse politica meridionale, non solo Pd, ben disposta. Mi chiedo, di fronte alla presa di posizione dei Presidenti delle Giunte di molte regioni meridionali, questa volta, la storia sarà diversa?

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