giovedì 21 aprile 2016

Il bonus del "premier senza voto" è una questua! Per adeguare salari e pensioni al costo della vita c'è la contrattazione e la perequazione.

Palazzo Chigi sta pensando di aumentare il bonus di 80 euro per dipendenti e pensionati e di portarlo a 100 euro. C’è chi la vede come la solita boutade di Matteo Renzi, l’ennesimo spot elettorale per illudere ancora una volta gli elettori. Ma per chi crede nella democrazia, nei diritti dei cittadini e nel rispetto delle regole, questa mossa appare come l’ennesimo
strappo autoritario di chi si crede il padrone del mondo e pensa di tenersi buona la gente di questo Paese lasciando cadere, di tanto in tanto, qualche briciola dalla grande mangiatoia dove la casta e gli amici degli amici non finiscono mai di abbuffarsi! Ma non è così che funziona in un Paese libero e democratico. Per rivalutare gli stipendi ci sono i “tavoli contrattuali” e per adeguare le pensioni al caro vita esiste il meccanismo della “perequazione automatica”. Sarebbe sufficiente rispettare e applicare questi meccanismi istituzionali per ristabilire il giusto potere d’acquisto di lavoratori e pensionati che reclamano da anni giusti e legittimi adeguamenti reddituali al costo della vita. Stipendio e Pensione sono un sacrosanto diritto, altrettanto lo sono i relativi adeguamenti reddituali all’inflazione. I lavoratori italiani hanno ottenuto questi diritti dopo anni di lotte e rivendicazioni sindacali, e oggi quei diritti non possono e non devono passare come una questua concessa dal padrone al servo, solo perché il padrone ha così deciso! Per adeguare salari e pensioni al costo della vita esistono i contratti collettivi e gli istituti previdenziali e non certo il bonus di un "premier senza voto"!

5 commenti:

  1. Il progetto è sul tavolo della squadra economica di Palazzo Chigi. Per adesso è soltanto una delle ipotesi, tra le varie, del piano di alleggerimento fiscale che il governo ha intenzione di varare dopo l'estate. Ma, al momento, si tratterebbe anche dell'idea, tra le varie, che più avrebbe suggestionato il presidente del Consiglio Matteo Renzi. Per varie ragioni. La prima è che è facile da comunicare. La seconda è che già ha funzionato una volta. E, infine, perché il costo non sarebbe insostenibile per le casse dello Stato. Anzi. Così il premier avrebbe chiesto ai suoi uomini più fidati, un approfondimento tecnico. Si tratterebbe, in sostanza, di ritoccare verso l'alto il bonus da 80 euro concesso ai lavoratori dipendenti che guadagnano fino a 26 mila euro lordi l'anno. L'ipotesi che si sta valutando sarebbe quella di far salire la cifra fino a 100 euro. Ma sarebbe soltanto la prima parte del progetto. La seconda prevede che il bonus possa essere allargato anche ai pensionati al minimo, quelli che percepiscono un assegno mensile inferiore a 500 euro. Quanto costerebbe questa doppia opzione? Secondo le stime che circolano a Palazzo Chigi, l'aumento del bonus per i lavoratori dipendenti costerebbe circa 2,4 miliardi, ai quali andrebbero aggiunti un altro paio di miliardi per la misura a favore dei pensionati. In realtà, secondo i calcoli che erano stati fatti al Tesoro quando già si era paventata la possibilità di estendere il bonus ai pensionati al minimo, erano venute fuori cifre più alte, quasi 4 miliardi di euro. Se tuttavia, i conti fossero corretti, il problema di trovare le risorse necessarie non sarebbe insormontabile.

    Il meccanismo, in realtà, lo aveva in qualche modo già anticipato lo stesso Renzi. L'idea sarebbe quella di far slittare il taglio dell'Ires che nel 2017 dovrebbe far tagliare l'aliquota pagata dalle imprese dall'attuale 27,5% al 24%. Si tratta di una misura che è già stata finanziata nei conti pubblici con l'appostazione in bilancio di 3,6 miliardi di euro. A questo punto il Tesoro avrebbe la necessità di trovare soltanto 700-800 milioni per finanziare la misura. Una cifra del tutto abbordabile. «Noi», spiega il responsabile economico del Pd, Filippo Taddei, «puntiamo ad un sistema che sia sempre più favorevole per i lavoratori che guadagnano redditi bassi e anche medi». Ieri, rispondendo al question time alla Camera dei deputati, il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, ha ricordato come nel programma nazionale di riforme allegato al Documento di economia e finanza, ci sia scritto che «con le prossime Leggi di bilancio il governo valuterà la possibilità di intervento sull'Irpef nel rispetto finanza pubblica». Padoan nel ricordare le misure già previste dall'ultima legge di Stabilità per il 2016, ha sottolineato anche che «sotto profilo finanziario ulteriori interventi sono oggetto di valutazione riguardo a minori entrate» che ne deriverebbero.
    Oltre all'aumento a 100 euro del bonus, sul tavolo, come detto, ci sono anche altre proposte. Come quella del vice ministro dell'economia Enrico Zanetti, di una flat tax della classe media, un'aliquota unica per i redditi che vanno da 27 mila a 75 mila euro. Un'operazione che, tuttavia, avrebbe un costo di circa 10 miliardi. Alleanza Popolare, invece, ha proposto un aumento degli sgravi per i figli, soprattutto per quelli che vanno dal secondo in poi.

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    1. Com'è prevedibile Renzi svende la Costituzione per 20€ alzando il bonus degli 80€ a 100€ giusto in tempo per il referendum

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  2. Claudio T.21 aprile, 2016

    Un'altra mossa elettorale per illudere ancora una volta chi vota. Il governo, e soprattutto i premier, si stanno specializzando in annunci e promesse last minute in vista degli appuntamenti elettorali. Questa volta l'obiettivo sono le amministrative di giugno. Il Pd annaspa con i suoi candidati e così ecco che arriva un'altra voce da palazzo Chigi che annuncia un ritocco al bonus da 80 euro per portarlo a 100 euro. Il progetto, come riporta il Messaggero, è sul tavolo del premier. Di fatto l'annuncio arriverebbe prima dell'estate, per poi dare il via al piano dopo la pausa delle ferie.

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  3. Il lavoro è dignità non è carità: dateci quello che ci spetta!

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  4. antonio s.22 aprile, 2016

    Il governo è alla ricerca del regalo da fare agli italiani. Da settimane si rincorrono ipotesi di misure fiscali o previdenziali da inserire, al più tardi, nella legge di stabilità.
    Palazzo Chigi fa pressione sul ministero dell'economia: tempi strettissimi per una misura d'effetto. L'ultima ipotesi è stata lanciata ieri dal Messaggero, con un aumento del bonus in busta paga dai famosi 80 a 100 euro tondi.
    Come noto la misura è stata varata dall'esecutivo Renzi a inizio mandato, in piena luna miele con gli italiani, ed è limitata ai redditi inferiori ai 26 mila euro lordi, sono esclusi i pensionati e gli incapienti. Lo stesso premier nelle settimane scorse ha fatto capire che adesso serve una misura per rendere più inclusivo il bonus, facendolo arrivare ai pensionati con redditi bassi. Questo piano non è tramontato, ma a Palazzo Chigi i consiglieri del premier hanno anche studiato la possibilità di aumentare il vantaggio per chi già lo percepisce, portando il «credito Art. 1 Dl 66/2014» (questa la voce del bonus in busta paga) da 80 a 100 euro.
    La giustificazione a questa e a altre ipotesi simili è che bisogna rilanciare i consumi. Ma tutto fa pensare che si tratti di un modo per non perdere il capitale di consensi guadagnato con la prima versione del bonus, che dal punto di vista elettorale è stata un po' un buco nell'acqua, nel senso che la misura è stata approvata lontano da elezioni politiche, peraltro quando i consensi per il nuovo Presidente del Consiglio erano ancora alti.
    Ma tutti i regali hanno un costo e ieri il governo si è affrettato a smentire. Da New York, dove si trova Renzi, fonti vicine al premier hanno assicurato che «Non c'è alcun piano di portare a 100 gli 80 euro (che restano una misura stabile del governo)».
    Il problema, manco a dirlo, sono le coperture. Tutta l'operazione costa più di quattro miliardi di euro, che graverebbero su un bilancio, quello del 2017, che è già ad alto rischio di procedura di infrazione europea per deficit eccessivo. Una soluzione è stata indicata giorni fa dallo stesso Renzi con un annuncio che è passato un po' in sordina. Il taglio dell'Ires che era in programma nel 2017 slitterà di un altro anno. Si liberano così 3,7 miliardi che sono già stati messi a bilancio, che passano con un colpo di bacchetta dalle imprese alle famiglie.
    Il dato certo è che la ricerca di un segnale forte da dare agli italiani è ormai la principale occupazione del governo. Restano in campo le altre ipotesi. Un ritocco alle aliquote Irpef ad esempio. Poi le pensioni. Ma l'intervento per rendere più flessibile i criteri rigidissimi della Fornero e delle altre riforme è sempre più a rischio. Qualsiasi soluzione generalizzata rischia di fare infuriare l'Unione europea.
    Probabile che su questo tema alla fine prevalgano le ragioni dei conti pubblici. E che si arrivi a una soluzione che privilegia l'uscita anticipata dal lavoro come scelta individuale e i cui costi ricadono interamente sul pensionando che la fa. Sotto forma di un «prestito», come ha anticipato giorni fa il Giornale, che passi per i fondi pensione, le banche o l'Inps. La previdenza riguarda, per definizione, il futuro. E il consenso elettorale non si guadagna con una riforma delle pensioni, per quanto generosa possa essere.
    Il centrosinistra abolì lo scalone della riforma Maroni, gravando sull'equilibrio della previdenza italiana per quasi dieci miliardi all'anno. Ma poi perse le successive elezioni. Renzi lo sa.

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