Referendum: l’obiettivo da colpire non è Renzi, ma il potere dei giganti.

di Gerardo Lisco. Con l’avvio della stagione referendaria, il 17 aprile con il referendum sulle trivelle in mare, non bisogna dimenticare l’obiettivo di fondo, e cioè contrastare Renzi e il suo Governo, non per sé stessi, ma in quanto espressione di politiche economiche funzionali agli interessi delle oligarchie finanziarie. Bisogna evitare l’errore di fare di Renzi e dei suoi accoliti un capro espiatorio, evitare che, come con Berlusconi, cada il governo ma non cambino le politiche economiche. Di fronte ai fallimenti delle politiche economiche del Governo e alla crescente insofferenza dell’opinione pubblica, i ceti dominanti
potrebbero cedere alla tentazione di offrire la testa del “bullo fiorentino”, tanto per citare Scalfari, come controparte del fallimento delle politiche liberiste del Governo. La stessa cosa è successa con l’ultimo Governo Berlusconi. Anche allora Berlusconi godeva di una maggioranza parlamentare forte, di un consenso nel Paese non largo ma sufficiente, aveva dalla sua parte sia gli organi di informazione di proprietà che quelli pubblici. Oggi, come allora, l’impressione è che si stia combattendo una guerra sotterranea tra interessi organizzati e molto forti che si contendono il loro futuro sacrificando quello della Società italiana. Tanto per ricordare, Berlusconi non cade perché viene sfiduciato o per le proteste della piazza; Berlusconi presenta le dimissioni da Presidente del Consiglio perché attaccato, dai tycoon suoi pari, nel suo vero e unico punto debole, gli affari di famiglia. Nei giorni che precedono le dimissioni il titolo Mediaset diviene oggetto di speculazione in borsa e perde diversi punti percentuale. Anche le legittime inchieste della Magistratura relativamente alle questioni “Olgettine” e “Ruby Rubacuori”, sono state utilizzate in funzione del massacro mediatico di Berlusconi. Pensiamo, per esempio, soprattutto nel secondo caso all’esito del processo. Sia chiaro con queste affermazioni non è mia intenzione riabilitare Berlusconi nè tantomeno criticare la dott.ssa Boccassini. Mi limito a riflettere sui fatti e sugli effetti che essi hanno avuto sull’opinione pubblica. Berlusconi si è dimesso ma le politiche economiche non sono cambiate. Non è un caso che Berlusconi sostiene, in modo più o meno larvato, Renzi. Se adesso vediamo quanto sta succedendo rispetto alle intercettazioni che hanno interessato la Guidi, il suo compagno e quindi il Governo, è del tutto evidente che, in presenza di fatti eticamente inaccettabili e sui quali la Magistratura sta indagando, i movimenti sociali che stanno guidando la protesta contro l’azione di questo Governo non devono farsi strumentalizzare per aprire la strada a un nuovo Monti. I referendum, a partire da quello del 17 aprile, sono fondamentali per dare un segnale forte al Governo. Il segnale non deve comunque essere dato al solo ceto politico e al governo ma anche agli interessi economici organizzati che condizionano, attraverso l’uso sapiente della comunicazione, tanto l’opinione pubblica quanto il ceto politico. Prendiamo ad esempio il Jobs Act. La mobilitazione della raccolta delle firme per il referendum deve essere un segnale in primo luogo a un certo mondo imprenditoriale ancor prima che al Governo. Nell’attuale contesto politico ha ragione Colin Crouch quando scrive che oggi siamo in presenza di una sorta di triangolazione che vede il mondo delle oligarchie finanziarie ed economiche, il ceto politico e la società civile contrapposti tra di loro in un processo di negoziazione continua. Scrive ne “Il potere dei giganti”. Tutto questo in Italia sta succedendo con il movimento referendario. A questo punto auspico che siano i movimenti presenti nella Società civile a condizionare la scelta del successore di Renzi/Bonaparte e non le oligarchie finanziarie e una classe politica ridotta a ceto. Se non fosse chiaro la Società civile di una moderna Democrazia non è la plebe della Suburra alla quale si offrono “panem et circenses”. Una Società Civile Democratica non deve volere un capro espiatorio da sacrificare; ciò che deve chiedere è che economia e politica ritornino alla loro funzione etica che, per essere chiari fino in fondo, non coincide con gli interessi di soci e azionisti di una multinazionale ma con gli interessi complessivi della Società.

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