Matteo Renzi dovrebbe andare a lezione da Antonio Conte!

di Massimo Gramellini. Da tifoso di una squadra che non è la sua Juve, c’è stato un tempo in cui avrei preferito camminare a piedi nudi su un tappeto di vetri rotti piuttosto che scrivere queste righe. Ma Antonio Conte se le merita tutte. E non solo perché, chiamato a guidare una leva calcistica tecnicamente modesta, ha dato un ripasso di calcio alla Spagna campione d’Europa. Dell’italiano verace il ct della Nazionale possiede il vittimismo, incorniciato su quel volto addolorato che ti scruta come se fosse in credito col mondo e con te. E poi la permalosità, la megalomania, l’irruenza disarticolata e pittoresca. Ma è uno dei pochissimi leader politici di questo Paese,
se per politica si intende la capacità di avere sempre un’idea precisa del posto in cui si vuole andare. Conte ha l’energia visionaria di chi immagina un futuro improbabile, eppure possibile. E riesce a realizzarlo attingendo ai valori profondi del genio italico, che non sono l’estro e l’indisciplina, ma la volontà di soffrire e di offrire una dedizione ossessiva alla causa. Il mio primo caporedattore sosteneva che lo sport e il giornalismo sono come l’amore: per farli bene bisogna essere eccitati. Il problema dell’Italia, intesa come popolo, è che siamo diventati flosci. La molla dell’entusiasmo si è inceppata, a furia di scattare a vuoto. Invece quella dell’Italia, intesa come Nazionale, è indistruttibile al pari della chioma del suo condottiero. Chapeau.
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L’ITALIA DI RENZI E QUELLA DI CONTE. di Stefano Biasioli. E’ proprio strano, il mondo italico. Basta una vittoria “impossibile” della Nazionale per migliorare l’umore di buona parte degli italiani, almeno di quei 15 milioni che, lunedì sera, erano spiaccicati davanti ai teleschermi RAI e SKY. Conte ha nel suo “DNA” la stigmate del lavoratore indefesso, del dittatore calcistico che trasforma i “cenerentoli pedatori” in principi azzurri, non con la bacchetta magica o con il bacio del rospone, ma solo con il culto del lavoro, del sacrificio, delle azioni ripetute e straripetute, fino alla noia, anzi fino all’automatismo dell’atto pedatorio. Giaccherini e C. hanno abbattuto il Belgio, ma la mèta è ancora lontana. Quindi, profilo basso e pedalare. Venerdì è una nuova prova, cruciale per verificare se questa “ex-italietta” si è trasformata in una “Signora Italia”. Strano il mondo. Da un lato, il rottamatore (Renzi) che sta esaurendo la sua spinta innovatrice, perché ha sbagliato i tempi ed i modi della sua azione politica. Tempi, perché ha cacciato Letta convinto di poter sfruttare la ripresa economica, solo apparente, purtroppo per Lui e per Noi. I modi, perché si è circondato di personaggi mediocri, per larga parte. Dimostrando che la toscanità non si identifica sempre con eccellenza tecnica ed operativa. Nel frattempo Lui, il Renzi, continua ad alzare le poste in gioco, preannunciando disastri immani - per l’Italia - se ad Ottobre non vincesse il sì. Ma, se vincerà il si, ci toccherà tenercelo per altri 15 anni, almeno. Dall’altra parte, Conte. Un allenatore antipatico, già sul piede di partenza per la perfida Albione. In partenza, ma così cocciuto da aver messo tutte le sue energie e la sua intelligenza per trasformare una nazionale “debole e fiacca” (lo dicono i risultati degli ultimi mondiali e degli ultimi europei) in un gruppo compatto, omogeneo, disposto al sacrificio, prima di accettare la sconfitta. In soldoni. E’ la solita storia dell’Italia, medioevale, comunale, monarchica e repubblicana. Di quell’Italia chequando si impegna e lavora - ottiene risultati impensabili. In tutti i campi: salute, costruzioni, informatica, tecnologia. Quell’Italia che Renzi non ha saputo capire e motivare, abbagliato come era e come è dai potentati confindustriali e non. Quell’Italia che Conte, nel suo piccolo, ha rimesso in piedi. Non solo per una partita, speriamo!

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