Adolescenze bruciate tra selfie e sexting nella 'gloria' di reality, talent e talk-show.

di Enrico Maria Secci. L’abuso di selfie, soprattutto tra i giovani e i giovanissimi, è un fenomeno esponenziale associato alla diffusione precoce degli smartphone e delle applicazioni “social” come Facebook, Instagram e Whatsapp. La possibilità di “auto-fotografarsi” in ogni ambiente e circostanza è diventata una mania che contiene in filigrana un impoverimento della qualità della comunicazione interpersonale perverso e pericoloso.
Grazie alla fotocamera del telefono alcuni adolescenti possono scambiare il mondo per un immenso studio televisivo dove collocarsi illusoriamente come star, registi e autori, e proiettarsi al pubblico con l’ingenuità e l’arroganza tipiche della loro fase di vita, quindi senza la competenza sociale e il senso morale necessari ad affrontare la realtà. Nella dimensione dei social, i selfie servono a ricalcare i modelli estetici vigenti e ripetere gli scatti e gli atteggiamenti di calciatori e di soubrette, di testimonial e “casi umani” assurti a totem culturali sul web e in tv per il successo e il denaro, per la vita agiata e la spregiudicatezza che predicano implicitamente come realizzazione massima. Bellezza e spregiudicatezza sono per tanti, troppi ragazzi, i valori vigenti cui dedicarsi con abnegazione imitativa. Non c’è da stupirsi se, lo dico francamente, la preoccupazione di sembrare accattivanti e seducenti in un autoscatto con short ginecologici o addominali da stripper oltrepassi per i più, e di gran lunga, quella di superare al meglio la prossima interrogazione. Stabilito il codice dell’immagine e del consumismo relazionale basato sui disvalori del sex-appeal e dell’onnipotenza, le ragazze e i ragazzi più fragili impiegano un attimo a mostrarsi nude/i e ad abbassare la telecamera del selfie per riscattarsi l’autostima in pose pornografiche. Il sexting, inviare foto/video intime è la veloce conseguenza del selfie, e tra adolescenti e pre-adolescenti, segna il passo di un fallimento psico-educativo imponente. Non sono i ragazzi a sbagliare. Che i genitori, le famiglie, le scuole e la società si prendano, come dovrebbero, la responsabilità delle morti, dei traumi e delle depressioni dovute all’uso incondizionato e precocissimo degli smartphone, dati senza tutela e senza riflettere, perché comodi surrogati relazionali, babysitter a costo zero o precettori gratuiti… Che gli adulti e le Istituzioni comprendano e si responsabilizzino dell’inconsistenza psicologica e della riluttanza alle regole di troppi giovani dovute alla pigrizia, alla leggerezza e all’apatia che riservano ai figli e cittadini dati in pasto ai media, senza ritegno. Infatti, ragazzini che si prostituiscono emotivamente con un video o una foto porno spesso sono stati bambini soggetti a un’educazione superficiale, blanda, collusiva, da parte dei genitori prima e dalle agenzie educative poi (asilo, scuola, ecc.). Cosa aspettarsi da bimbi cresciuti nella “gloria” dei reality show, esposti costantemente al vuoto cosmico della dittatura dei talent e dei talk-show? I drammi del cyberbullismo basato sulla diffusione di video “privati” condivisi in ogni dove da coetanei delle vittime debbono essere riconosciuti, a monte, come la conseguenza di un’educazione carente sulle regole, sui valori dell’affettività e della sessualità, e sullo sviluppo di un senso morale adeguato e consapevole. Siamo a un punto cruciale: la ribellione della famiglia alla televisione, ai social, ai programmi di merda o l’accondiscenza e il conformismo svagato di quei genitori che, volenti o nolenti, convalidano questi format “culturali” per poi crucciarsi delle conseguenze. Sì, l’ho detto. Programmi di merda. E non è difficile indovinare a quali contenitori televisivi mi riferisco, dato che presidiano incontrastati il palinsesto e i social in incontrollabile dissenteria mediatica. Perché tra pettegolezzi e quisquilie, cabarettisti e manzi ignoranti ma prestantissimi, veline e sportivi tutti avvezzi all’arte compulsiva del selfie e dell’autocelebrazione, gli stessi genitori rimangono intrattenuti e ipnotizzati, cellulare alla mano. E, in una deriva indicibile, sognano di collocare la figlia nello show-biz, e pure il figlio, quando non dovesse riuscire alla scuola-calcio del quartiere. I suicidi da social-network di cui sappiamo, le storie traumatizzanti di ragazzini/e ritratti in video porno in streaming, sono la punta dell’iceberg di un disagio immenso. In quanto ad ogni vittima del sexting compianta dai media corrispondono migliaia e migliaia di adolescenti vessati, confusi e silenziosi perché soli, perché dopo l’umiliazione arriva la vergogna. La sensazione del fallimento dopo l’ebrezza di essersi sentiti adorati e desiderati seppure nella vuotezza del proprio reality-show… nella misera cameretta in totale inconsapevolezza di se stessi e degli altri. Come dire ai genitori qualcosa che non comprendono? Come richiamarli alla responsabilità di essere modelli morali, di trasferire valori normativi ai propri figli? Come aprire una comunicazione con i genitori, che di Internet sanno poco o niente o che, viceversa, sono a propria volta discepoli della cultura del selfie?

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