La mia visita ad Auschwitz.

di Caterina Steri. Qualche settimana fa ho realizzato un obiettivo che mi ero posta da parecchio tempo andando a visitare i campi di sterminio di Auschwitz e Birkenau in Polonia. Quella di Auschwitz è sempre stata una meta particolare, con significati diversi da qualsiasi genere di viaggi fatti solo con il fine di divertirsi e staccare dalla solita routine quotidiana. Questa tappa mi è sembrata doverosa, avendo la possibilità di concretizzarla.
Come punto di appoggio per la mia trasferta ho scelto la città di Cracovia, bella ed affascinante, in cui inevitabilmente il tema della Shoah si tiene vivo in tanti dei suoi angoli, dal quartiere ebraico alla Fabbrica di Schindler attualmente adibita a museo. Per me non è facile parlarne, anche perché ciò che ho provato varcando quei cancelli non può essere lontanamente paragonato all’esperienza vissuta realmente da chi si è trovato a farne direttamente i conti. Entrando nei campi di sterminio subito la cosa che ho notato è stato il silenzio, nonostante le numerose persone in visita come me. Un silenzio dotato di rispetto, forti emozioni, domande a cui non poter dare risposte, stupore per un’organizzazione tale sfruttata al solo scopo di ammazzare. Ammazzare persone senza nessuna colpa. E ti chiedi come possa l’uomo, se tale debba ritenersi, arrivare a tanta organizzata crudeltà ed efferatezza? E ancora, che senso possa avere avuto tutto questo? E forse, non avendo risposte adeguate, si può stare solo in silenzio percorrendo quei viali, quei corridoi, quelle stanze della morte per cercare di interiorizzare il più possibile quello che è successo per poi portarlo sempre con sè e, seppure nel proprio piccolo, farlo conoscere agli altri. Mi arrabbio e mi intristisco ad osservare le foto dei prigionieri con gli sguardi persi nel vuoto dal terrore, l’incredulità, la stanchezza. Perché uno degli obiettivi dei nazisti era proprio quello di annullare le persone, la loro personalità fino a che non sarebbero arrivate a morire. Con quale falso diritto poi? Mi sono ritrovata in un luogo agghiacciante, dove tutto è quasi inesprimibile, dove la realtà ha superato di gran lunga la drammaticità che noi immaginiamo, dove lo sterminio sia fisico che psicologico era stato “scientificamente” programmato. Dove uno degli obiettivi della “filosofia” dei lager era quella di creare una totale sottomissione dei prigionieri. E di questo ne sono testimoni i sopravvissuti, restii per lungo tempo a raccontare, a parlarne perché capivano che il resto del mondo non voleva accettare tale atrocità, ma allo stesso tempo hanno continuato a vivere intrisi di dolore e di traumi. Diversi di loro sono riusciti a darne testimonianza solo dopo anni. Altri invece hanno portato con sé l’assordante silenzio di quei ricordi. Nonostante le mie difficoltà ho deciso di raccontare la mia visita nei campi del terrore, perché mi sembra doveroso contribuire all’imperitura memoria e perché ritengo che tutti noi dobbiamo vedere con i nostri occhi i resti di ciò che è accaduto. Perché la responsabilità è degli uomini e finchè esisterà l’uomo potrebbe esistere la possibilità che qualcosa del genere riaccada e purtroppo anche la storia contemporanea ci dimostra come alla crudeltà spesso non ci siano limiti. Parliamo di uomini che hanno deciso di calpestare e derubare altri esseri umani sotto ogni punto di vista. Carnefici, ma pur sempre uomini, e chi mi assicura dunque che tutto quello non possa ripetersi? Camminando su quel terreno il pensiero ricorrente è stato : “Qui le persone venivano a morire. Partivano con la speranza ingannevole di andare verso una nuova vita e trovavano il terrore della disumanità più efferata”. Forse non potremmo capire il motivo di quell’inferno, ma almeno dobbiamo sapere di non poter abbassare la guardia, di non poterci permettere di tollerare certi tipi di comportamenti e di idee. Spero quindi di aver dato il maggiore impegno per immergermi quanto più possibile in quell’inferno, per farlo mio, per vergognarmi e soffrire per ciò che è successo, per stamparmelo nella memoria, per poterlo raccontare (seppure con tante difficoltà), per evitare di cadere nella trappola della crudeltà, per non smettere mai di rispettare l’umanità e la libertà delle persone.

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