giovedì 22 settembre 2016

No alle olimpiadi del mattone: prima i romani!

di Virginia Raggi. Speculazione edilizia, affari per le lobby, impianti mai completati, strutture abbandonate, debiti e sacrifici per i cittadini. Siamo contrari alla candidatura di Roma per le Olimpiadi del 2024 perché non vogliamo ipotecare il futuro dei romani e degli italiani in cambio dell’ennesima promessa da parte di chi finora non ha mai mantenuto la propria parola.
Abbiamo sotto gli occhi cosa hanno lasciato gli ultimi "grandi eventi" che avrebbero dovuto risollevare il Paese: i cantieri incompiuti dei Mondiali di nuoto di Roma del 2009, le infrastrutture abbandonate dei Giochi invernali di Torino 2006, il fallimento di Expo Milano 2015, il flop dei Giochi del Mediterraneo di Pescara 2009; la ricostruzione infinita dell’Aquila dopo il terremoto; la colata di cemento sull’isola La Maddalena in Sardegna che avrebbe dovuto ospitare il G8 del 2009. E i miliardi di euro di debito che gli italiani continuano a pagare mentre qualcuno si è arricchito alle loro spalle. Sembra incredibile ma da poco abbiamo terminato di pagare il mutuo per i Mondiali di calcio del 1990. Abbiamo studiato bene il dossier Olimpiadi. Abbiamo visto cosa è accaduto ad Atene 2004: un grande sogno che si è trasformato in un incubo per tutti i greci messi ora in ginocchio da chi li aveva illusi. E a Londra 2012 non è andata meglio: spese cresciute del 76%. Peggio ancora a Sidney 2000: costi cresciuti del 90%. Per non parlare di Atlanta 1996: un incremento del 151%. Infine, c’è Montreal, dove si è raggiunta la vetta di un aumento del 720% rispetto al budget iniziale previsto. Non lo diciamo noi, ma uno studio dell’Università di Oxford del 2016. Mancano ancora i dati di Rio 2016: le immagini delle proteste in strada lasciano intendere cosa ne pensino i brasiliani. Siamo contrari ad una logica emergenziale o al ricorso alla straordinarietà della gestione pubblica. Roma e l’Italia hanno bisogno di una ordinaria buona gestione: senza sprechi, senza favori agli amici, senza privilegi per le varie caste. Abbiamo un progetto su Roma molto più ambizioso di quello presentato per ospitare i Giochi del 2024: restituire la città ai romani e agli italiani. Vogliamo riqualificare i servizi, ottimizzare le infrastrutture esistenti e progettare un futuro sostenibile nel quale nessuno resti indietro. Chiedete ad un romano cosa pensa dello scempio dei Mondiali di nuoto del 2009. Chiedete ad un disabile che ogni giorno deve superare barriere architettoniche. Chiedete a chi porta i propri figli in scuole sprovviste di palestre o impianti che, peggio, cadono a pezzi. E’ meglio avere l’ennesima cattedrale nel deserto oinvestimenti mirati a migliorare la vita quotidiana di tutti? Non siamo dei folli ma delle persone normali, dei cittadini. Questo tipo di valutazioni le hanno già fatte gli abitanti di Boston, Amburgo, Madrid: hanno rinunciato alla candidatura perché hanno altre priorità. Le nostre priorità sono quelle dei cittadini di Roma e degli italiani. Per questo continueremo ad impegnarci per far tornare Roma una città con una qualità della vita a livello delle principali capitali europee. Interverremo sugli impianti sportivi comunali della città con nuovi criteri di gestione e puntiamo a tariffe più accessibili per il loro utilizzo. E proveremo a rimediare anche agli errori degli altri: vogliamo trasformare i cantieri fatiscenti e incompiuti della Città dello Sport in una “vela della conoscenza” grazie ad un accordo che stiamo per siglare con l’Università di Tor Vergata.

3 commenti:

  1. Un risultato concreto la candidatura di Roma 2024 nel giorno in cui tramonta, amaramente, lo ottiene: per la prima volta la sindaca Raggi tiene una conferenza stampa in Campidoglio, risponde ad una decina di domande nonostante a chiedere siano in 150 giornalisti venuti anche dall'estero per l'occasione.

    Affida a slide assai generiche - da campagna elettorale continua - le ragioni del no alla candidatura, con molte imprecisioni figlie di un no che pare preconcetto e di una scarsa cultura del movimento olimpico, della sua storia, delle sue glorie e perfino dei suoi fallimenti.

    Un no grande, in realtà, la Raggi lo pronuncia all'assunzione di una responsabilità di governo della città in nome della trasparenza, tanto invocata: perché un comitato per Roma 2024 con il M5S rappresentato niente di meno che dal sindaco e dai suoi era una grande occasione. Sprecata: ha avuto paura, la Raggi, di governare il processo di candidatura. E paura di farsi sostenere, magari, dall'Anticorruzione di Cantone. Paura di scoprire che l'Agenda Cio 2020 parla una lingua assai diversa da quella che ha portato al disavanzo delle tante città olimpiche, alcune delle quali in cambio del debito hanno avuto riqualificazioni che non sfuggono a chi ha conosciuto - ad esempio - Barcellona e Torino prima e dopo i giochi del 92 e 2006.

    I 5 Stelle avevano bisogno di questo no anti-italiano per ricompattarsi, questo è chiaro, non ci si nasconda però dietro il «che cosa è cambiato dai giorni del no di Monti nel 2012?». Perché da quel ritiro sono cambiati due premier (Monti, Letta ora Renzi), un presidente della Repubblica (Napolitano, ora Mattarella), il presidente del Coni (Petrucci allora, Malagò adesso) e - soprattutto - dopo Alemanno e Marino ora abbiamo Raggi, sindaca del principale partito di opposizione al Governo nazionale. Con uno strumento che allora non c'era: l'Anac di Cantone.

    Roma esce dal gioco e rinuncia a 5 miliardi di investimenti di Cio e Governo, esce dal sogno di essere nel 2024 al centro del mondo come dovrebbe meritare questa città. In cambio di cosa lo scopriremo passando ogni giorno davanti allo stadio Flaminio destinato a morire o al Palazzetto di Viale Tiziano che attende una manutenzione che nessuno ha i soldi per fare. Tagliamo le corse dell'Atac, lasciando a piedi i cittadini, taglieremo anche lo sport ieri, comunque, maltrattato dalla gaffe dell'incontro saltato col presidente del Coni che - piaccia o non piaccia - rappresenta 11,3 milioni di sportivi.

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  2. Si può svendere il futuro di una grande città come Roma per un piccolo destino politico personale? Si può negare l’orizzonte, il sogno, la visione di una Capitale, soltanto per obbedire ad un partito anziché al bene dei propri cittadini?
    È proprio quello che ha appena fatto il sindaco Virginia Raggi pronunciando il suo legittimo quanto sconcertante, incomprensibile, no ai Giochi di Roma 2024. Un niet preventivo addirittura alla possibilità che la città possa candidarsi ad ospitarli. Un altolà che, seppure annunciato già in campagna elettorale, definire ideologico sarebbe addirittura nobilitante. Perché viene pronunciato a dispetto dei suoi cittadini (anche coloro che la Raggi non l’hanno votata), con la pretesa di tutelarli.

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  3. Un no che in apparenza è figlio della propaganda di cui oggi appaiono impregnati i cinquestelle italiani: pauperista, assistenzialista, anticapitalista. Ma che in realtà nella versione cheap che ci è toccata in sorte si traduce in un “vaffa ideologico”. Uno di quegli insulti a cui ci hanno abituati i titolari della ditta a cui oggi Virginia Raggi, dismettendo i panni da sindaco e indossando quelli di militante, ha deciso di obbedire rincorrendo la propria salvezza personale di sindaco di una maggioranza scontenta e riottosa.
    In realtà, si tratta di una operazione di maxi-svendita della città e del proprio ruolo, una di quelle dismissioni che lasciano senz’anima i protagonisti e impoverite le vittime (i romani). Davanti al bivio che l’attendeva - scegliere Roma o il suo movimento - la Raggi non ha avuto dubbi.
    Ha liquidato con qualche slogan il bene di Roma per potersi presentare alla festa di partito a Palermo, come una rivoluzionaria dura e pura che sa urlare i suoi no davanti a chiunque. Ha svilito la sua autonomia di sindaco per evitare l’incombente scomunica M5S nel caso non si fosse allineata al verbo grillino (specie dopo il disastroso esordio dei primi tre mesi in Campidoglio).
    Ma sullo sfondo in questa gigantesca operazione a perdere, c’è una incomprensibile occasione mancata rispetto ai principi cinquestelle. Proprio in nome della trasparenza, di quella società civile che esprime la comunità a cui il movimento si è sempre richiamato, su un grande evento come i Giochi c’era la possibilità di declinare i valori M5S: far diventare il totem qualcosa di reale. Realizzare un grande progetto che può migliorare la città, gestendolo a proprio modo con inflessibili criteri di rigore. E davanti all’obiezione che anche altre grandi città avrebbero già detto no ai Giochi, la risposta è semplicissima: si tratta di metropoli mai candidate e già note per la loro efficienza e per le invidiabili infrastrutture. Non di una Capitale che ormai per molti aspetti primeggia per non invidiabili primati mediorientali.
    In fin dei conti, la Raggi non ha vinto proprio su quell’onda dell’indignazione popolare contro Mafia Capitale? Proprio per la richiesta di discontinuità rispetto a quell’andazzo decennale? Quella doveva essere la premessa, non la zavorra che inchioda la giunta di oggi ad un passato da non replicare mai più. E quale garante migliore di colei che è stata eletta in virtù di quei principi?
    Ecco, ciò che non appare comprensibile è il no a dispetto. Se si ritiene che la virtù delle proprie idee stia proprio nell’avvantaggiare chi è svantaggiato, non c’è miglior occasione per esibire agli elettori il trofeo di risorse per la Capitale (che senza le Olimpiadi non ci saranno), anziché sventolare lo scalpo di Roma ad un raduno di iscritti.
    Insomma siamo alla negazione del futuro, che condanna la città, e del buon senso. Al trionfo del presentismo che è l’opposto della memoria e della storia.
    Questa città ha nutrito il suo orizzonte proprio grazie alla grandezza del suo passato, perché inchiodarla dunque ad un presente che è fatto di degrado e declino e dal quale si può uscire solo con grande disegno a beneficio esclusivo della collettività? Ma il dado ormai è tratto. E Roma verrà ricordata come la città in cui un no dal suo palazzo più antico le strappò il sogno di rigenerarsi. Il brusco risveglio però ci impone un realismo: verificare se almeno l’ordinaria amministrazione, in nome della quale si è voluto affondare un progetto straordinario, sarà garantita. Saremo qui a controllarne i risultati.

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