Non è vero che i membri del nuovo Senato riformato dovranno lavorare gratis!

di Nicola Bruni. Non è vero, come si dice, che i membri del nuovo Senato riformato dovranno lavorare gratis a Palazzo Madama, accontentandosi della retribuzione di consigliere regionale o di sindaco a ciascuno spettante. Infatti la riforma "Boschi Verdini" si limita a prevedere che "I membri della Camera dei deputati ricevono una indennità stabilita dalla legge", ma non vieta di corrispondere diarie, indennità di carica interna, rimborsi spese forfettari e altri benefici (alloggio, ufficio di segreteria, auto blu, portaborse, viaggi gratuiti, assicurazioni, contributi previdenziali... ) ai senatori della "Terza Repubblica".
Ve lo immaginate, voi, un presidente del nuovo Senato che si accontenta dello stipendio da consigliere regionale (ridotto dalla stessa riforma) o da sindaco? Ve lo immaginate, voi, un senatore di nomina presidenziale che fa il "volontario" per sette anni nella seconda assemblea legislativa dello Stato? Certamente, si troverà un modo per compensarli. Tanto più che resteranno senatori finché morte non li separi, mantenendo le attuali prerogative e indennità, gli ex presidenti della Repubblica (Carlo Azeglio Ciampi, Giorgio Napolitano e successori) e i senatori a vita di nomina presidenziale (Mario Monti, Elena Cattaneo, Renzo Piano, Carlo Rubbia). Questi ultimi occuperanno, a tempo indeterminato, quattro dei cinque seggi di senatore che la riforma riserva alla nomina settennale del presidente della Repubblica. A questo punto, se passasse nel referendum la legge Boschi Verdini, si verrebbe a determinare una disparità "incostituzionale" di trattamenti economici fra senatori chiamati alla stessa funzione: i senatori a vita (con indennità molto elevate), i senatori di nuova nomina presidenziale (teoricamente privi di indennità), i 74 senatori consiglieri regionali e i 21 consiglieri sindaci, tutti con doppia funzione, che avrebbero indennità diversificate in rapporto alla Regione o al Comune di provenienza. Poiché il nuovo articolo 122 della Costituzione stabilisce che gli emolumenti dei consiglieri regionali non superino quelli attribuiti ai sindaci dei Comuni capoluogo di Regione, mentre gli stipendi dei sindaci variano secondo la consistenza della popolazione comunale. Un pasticciaccio, inserito nel garbuglio di norme, scritte in uno sciatto "legalese" con un periodare contorto, sulla riforma del Senato e sull'intreccio di competenze legislative tra Camera e Senato e tra Stato e Regioni. Garbuglio che incappa per tre volte in uno strafalcione grammaticale, come all'articolo 39, punto 2 della "Boschi Verdini", laddove si usa l'indicativo al posto del congiuntivo dell'eventualità: "Quando, in base all'ultimo censimento generale della popolazione, il numero di senatori spettanti a una Regione [...], è diverso da quello risultante in base al censimento precedente, il Consiglio regionale elegge i senatori nel numero corrispondente all'ultimo censimento". Uno strafalcione che potrebbe diventare "norma costituzionale".

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