Immigrazione: viaggi della disperazione o viaggi organizzati?

di Guido Occelli. Credo sia da persone oneste, intelligenti e razionali saper riconoscere i propri limiti. Troppo spesso chi sostituisce o antepone questo presupposto alle ideologie, mente sapendo di mentire, trasformandosi in ambigui individui in perenne conflitto con le proprie contraddizioni. Questo è il mio presupposto e la mia conclusione. Il tema è “l'immigrazione”, tema complesso e discusso a tutti i livelli: ideologico prima di tutto, economico, sociale e istituzionale, in termini di gestione e impatto.
Preliminarmente e per fugare, sin da qui, ogni forma di strumentalizzazione e accusa di razzismo, di fascismo e/o di rispolverare concetti di antica genesi nazista, rispondo a chi intenderà fare ciò, che le mamme degli imbecilli (faziosi) sono sempre incinta. Nient'altro. La mia riflessione parte da un semplice concetto che molti altri paesi hanno anteposto a tante ipocrisie, così come da noi non capita e personalmente sento miei, per indole e non per imitazione. Fino ad ora, decenni a questa parte (perchè è bene ricordare che il fenomeno incontrollato dell'immigrazione, non è un fenomeno di questi pochi ultimi anni, ricordo le masse di polacchi degli anni '80, gli iugoslavi, gli albanesi, i rumeni e le spicciolate di ogni paese), la gestione dell'immigrazione non ha mai tenuto conto della capacità reale di assorbimento del medesimo.
Negli anni '80 v'era una condizione economica, occupazionale e sociale ben diversa di oggi, i grandi flussi immigratori di ogni dove potevano essere assorbiti da una domanda ed offerta ben diversa di oggi e i numeri del fenomeno erano ben diversi di oggi, anche le ragioni e le motivazioni di tali fenomeni. Mai stato attratto da teorie complottistiche tipo area 51, JFK o WikiLeaks di Julian Assange, però i conti non mi tornano sul fenomeno che vede centinaia di migliaia di individui piangenti e disperati che teoricamente, cercano di farci passare l'immagine che individualmente attraversano migliaia di chilometri di deserto, attraversano stati dilaniati da bande di sanguinosi criminali e fanatici assassini, indenni, per approdare su spiagge per imbarcarsi verso le “Americhe”. Ho rispolverato le mie conoscenze scolastiche in materia di geografia e dato un'occhiata al 'google maps', il rapporto territoriale tra l'Africa e l'Italia è evidente. Prendiamo il caso di quel “povero” ivoriano 18enne, tale Mamadou Kamara, ospite del C.A.R.A. di Mineo, che ha trucidato una coppia di anziani nella vicina frazione di Palagonia, non prima di aver violentato la 70enne vittima dei due e gettata dal balcone. Quanti sanno esattamente di dove è un così povero immigrante? Da dove viene un povero ivoriano? Bene, è un nativo della Costa D'Avorio. Guardate la carta geografica dell'Africa e scoprirete che è a più di 6.000 chilometri dal C.A.R.A. di Mineo. Qualcuno vorrebbe farmi credere che questo povero disturbato 18enne abbia percorso senza mezzi 6.000 chilometri a piedi attraverso la Costa D'Avorio, il Burkina Faso o il Mali, il Niger o l'Algeria per attraversare l'intera Libia (occupata e invasa da feroci guerriglieri dell'ISIS) per imbarcarsi sui gommoni? 6.000 chilometri a piedi di deserto e bande di predoni per fare quello che ha fatto a Palagonia? Tutto solo e soletto? Tra l'anno scorso e questo in corso, sono arrivati più di 300 mila stranieri (registrati, ovvio che sono molti di più), in Italia e forse milioni in Europa, quasi tutti colleghi di Mamadou (non per quello che ha fatto qui da noi, ma colleghi di avventura). Tali numeri non sono concepibili senza un'organizzazione quasi planetaria e ben organizzata. Mi viene da sospettare che i vari Mamadou in giro per l'Africa siano incentivati (se non addirittura pagati, magari a volte, costretti) a intraprendere questi viaggi organizzati. Organizzati da chi? È fuori da ogni dubbio che questo fenomeno di invasione, non solo italiana, stia destabilizzando economicamente, socialmente e moralmente il nostro continente, come, se non più o diversamente di una guerra mondiale. Qualcuno ora griderà all'esagerazione, ma vorrei ricordare che dal '45 in poi di guerre nel nostro continente se ne sono viste diverse, non a colpi di cannone e fucilate, ma a colpi di economie, colpi di stato senza armi, ma a colpi di sentenze, a colpi di più scandali più o meno reali o mediatici, a colpi di spread, consensi popolari o europei pilotati, embarghi e boicottaggi vari e molti altri mezzucci occulti. Non è pensabile che milioni di persone autonomamente decidano di affrontare impossibili vie di esodo, tutti insieme e nello stesso tempo, verso il nostro continente, senza una volontà e un'organizzazione occulta, anche in presenza di conflitti, la dove solo una piccola parte ne sia coinvolta, in proporzione al fenomeno generale e che noi accettiamo tutto ciò senza tenerne conto. E il punto è proprio questo. Non solo non teniamo conto di questa considerazione che definirei logica e non ideologica, ma neanche ci si difende, facendo supporre una colpevole complicità. Fino ad ora non ho mai sentito parlare di ciò che sarebbe più logico, pragmatico e onesto nell'analizzare e tenere in considerazione nell'affrontare il problema. Ho sentito solo lunghissime arringhe su colpe altrui e poche proposte. Quasi si negasse fingendo che a tale fenomeno non ci sia risposta, ne soluzione e tanto meno responsabilità individuabili. Come al solito un gran minestrone di parole poco risolutive se non inutili e colpevolmente arrendevoli. Onestamente prima di dare una risposta in termini di “accoglienza” (parola che ha un senso troppo garbato e gentile nei confronti di chi ne usufruisce, parola che riserverei a un gradito e invitato ospite a casa mia), mi chiederei se e quanto io sia in condizioni oggettive di farlo. E il punto è proprio questo o questi. Possiamo accogliere? A che condizioni? Quanti? Sicuramente possiamo accogliere un certo numero di persone senza destabilizzare un fragile sistema socio economico che è il nostro ed è sotto gli occhi di tutti. Le condizioni sono semplicissime. Alle nostre, in termini di diritti civili (i nostri), in termini di cultura (la nostra), in termini di costumi (i nostri), in termini di legalità (la nostra). Quanti e come lo stabilirebbe un serio studio di impatto sociale e di sostenibilità che nessuno ha mai fatto fin ora. Fin ora si è semplificato l'argomento con un molto “napolenatesco” “più semo e mejo stamo”, specie per chi intasca le rendite giornaliere pro capite degli “ospitati” (meglio se minorenni che valgono il doppio se non il quadruplo), chiedendo più risorse economiche ai vari enti (Europa, se non addirittura forzando sul deficit), senza avere una visione a lungo termine di cosa succederà, favorendo e incentivando il fenomeno sempre più. A mio giudizio, volenti o nolenti non siamo in condizioni di assorbire o integrare questi numeri di immigranti, il nostro sistema sociale oggi non è all'altezza di questo fenomeno, non ci sono abbastanza risorse per tutti, ne per noi italici e purtroppo neanche per questi nostri ospiti, e chiedere ad altri paesi di prendersi cospicue quote di questo problema è da ridicoli. Non abbiamo la forza morale per integrare persone e individui che non intendono trasformarsi in italiani, ma vogliono fortemente restare quello che erano a casa loro a casa nostra. È gravissimo e da irresponsabili non ammettere queste logiche realtà, non riconoscere che il nostro atteggiamento che qualcuno definisce buonista, ma io percepisco affaristico è insostenibile oltre che forviante, in quanto pone il fianco al fenomeno stesso incentivandolo. Fin qui l'analisi della questione, per affrontarla servirebbe spogliarsi di ideologie a uso e consumo di interessi politici ed economici occulti (neanche tanto). Che esistano guerre che inducono popolazioni all'esodo, è una realtà incontrovertibile e noi siamo pronti a difendere gli esuli dandogli un luogo sicuro dove possano rifugiarsi, ma a crisi terminata dovremmo essere altrettanto solerti a riaccompagnarli a casa loro e se mai aiutarli a rifarsi una vita in loro patria. E non è d'obbligo concedere a un esule l'andare dove vuole o dove più gli aggrada, se fossi un fuggiasco dalla guerra, mi accontenterei di andare dove non ci sono bombe, non avrei la pretesa di andare nella dorata Germania, Svezia o che ne so dove gli piace stare. Per i non esuli (i più), come fanno altri paesi (vedi Canada e Australia, ma anche Stati Uniti e tanti altri), si deve fare un analisi seria della capacità e necessità di accoglienza, condizionata alla compatibilità e capacità di integrazione (inteso come concetto assoluto di obbligo di integrazione, trasformazione da straniero a cittadino e non straniero a vita). Molti paesi impongono quote di ingresso molto rigide e impongono il totale e completo rispetto delle proprie leggi, costituzione e carta dei valori, condizionando la permanenza ad esse. Ora qualcuno si chiederà cosa farne delle eccedenze o degli indegni (per indegni intendo chiunque non si allinei alle nostre leggi, leggi a cui devono sottoporsi, italiani e stranieri che siano, chiunque concepisca un genere (uomo, donna, gay, ecc..) inferiore o punibile per esempio, chi concepisce o addirittura pratica nel nostro paese l'amputazione di organi femminili a bambine perchè non provino piacere per esempio, chi pretende di sgozzare un animale per poterlo mangiare (pratica vietata per chiunque in questo paese da decenni), chi vive rubando per usanza popolare, e così via). Semplice, si riportano la dove hanno violato il confine e si imputa al paese confinante il mancato rispetto dei confini con dure sanzioni. Il riferimento specifico è alla Libia che se è vero che è assente di un governo e incapace di gestire i propri confini in ingresso a sud, l'attraversamento del proprio territorio e controllare quelli sul Mediterraneo, è vero che è complice degli sbarchi e noi non possiamo fare finta di nulla in ciò. Diversamente si potrebbe applicare il metodo “Malta”, o il metodo europeo approvato e finanziato in Turchia, dove gli indesiderati o gli eccedenti, vengono trattati malissimo in campi di contenimento atti a scoraggiare il fenomeno e a favorire i viaggi di ritorno spontanei. Noi abbiamo tutte le ragioni del mondo per poter applicare tali regole, basterebbe coraggio e serietà. Forse è proprio questo che ci manca. Credo sia da persone oneste, intelligenti e razionali saper riconoscere i propri limiti. Troppo spesso chi sostituisce o antepone questo presupposto alle ideologie, mente sapendo di mentire (a cuor suo), trasformandosi in ambigui individui in perenne conflitto con le proprie contraddizioni.

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