Le Costicomiche.

di Massimo Gramellini. Uno dei titoli più importanti sui siti e nei telegiornali di ieri era lo scontro a distanza tra Benigni favorevole al Sì e Grillo paladino del No (al referendum costituzionale, si intende). Dopo una rapida ricerca di archivio, ho scoperto con mia grande sorpresa che le prime pagine dei giornali dedicate al referendum Monarchia-Repubblica non recavano traccia delle opinioni di Totò e Aldo Fabrizi,
e che anche la posizione di Macario e Gilberto Govi era sostanzialmente trascurata a vantaggio di quella di Piero Calamandrei, il quale oggi rimedierebbe a stento una "breve", ma solo a patto di dare del golpista al premier o della sciantosa alla Boschi. Non ho spinto la mia ricerca agli scontri referendari degli Anni Settanta, ma a memoria mi sembra di ricordare che Alberto Sordi non vi giocò un ruolo decisivo e che la linea di Ugo Tognazzi sul divorzio non divise l’opinione pubblica con la stessa ferocia che oggi accoglie ogni uscita di Johnny Stecchino sulla riduzione del numero dei senatori. Naturalmente il problema non sono Benigni e Grillo. Il problema è quello che sta loro intorno. O, meglio, che non ci sta più. La politica, la cultura, l’imprenditoria, il giornalismo - il famoso establishment - non rappresentano più niente se non se stessi. Fuori dalla cinta daziaria dei contemplatori d’ombelico, le loro opinioni non fanno opinione e neanche notizia. A costoro il cittadino normale si rifiuta di riconoscere quella patente di autorevolezza che invece concede ancora al comico, visto non solo e non tanto come un fustigatore, ma come l’ultimo comunicatore in grado di parlare una lingua magari contestabile, ma comprensibile.

1 commento:

  1. La giornata dei comici e il tramonto della politica: è il giorno dei comici, ma c'è poco da ridere. Nell'infuocata campagna elettorale per il referendum, Roberto Benigni spiega di aver cambiato idea: il suo voto dal «no» passa al «sì», Crozza invece annuncia il suo «no».
    Il più comico di tutti è però il Financial Times, serioso quotidiano finanziario, che ieri mattina pubblicava un autorevole articolo per sostenere il «no» e ieri sera ha diramato una nota per dire che si è trattato di un errore. Da dove nasce la conversione di Benigni che per anni ci ha fatto una testa tanta sulla «Costituzione più bella del mondo» - al renzismo non lo sappiamo ma presto lo si capirà guardando la tv. Comprensibile invece, alla faccia dell'indipendenza della stampa anglosassone, la retromarcia del Financial Times, nella cui proprietà figura il duo John Elkann-Marchionne da sempre sponsor del premier.

    I «testimonial» (escludo Crozza, non perché per il «no», ma perché so essere uomo libero) sono un po' come le modelle alle sfilate: basta pagarli, non necessariamente in contanti, e indossano il tuo vestito anche se gli fa schifo o gli sta stretto. Pensano che l'opinione pubblica penda dalle loro labbra ma per fortuna non è così. A ogni turno elettorale si dimostra che, senza un progetto vero e coerente, non c'è relazione tra notorietà e credibilità politica, altrimenti questo Paese sarebbe permanentemente e saldamente in mano alla sinistra, da sempre sostenuta da attori, cantanti, scrittori, giornalisti famosi, vip dell'industria e della finanza. E pazienza se sono tutti milionari, alcuni super evasori, altri peccatori incalliti, altri ancora solo cortigiani.

    Prepariamoci, perché per i prossimi due mesi ne sentiremo e vedremo delle belle. I «testimonial» fanno paura alla politica e ai politicanti che vivono in un mondo artefatto. A noi, che l'unico mondo che frequentiamo è quello reale, queste prese di posizione lasciano il tempo che trovano. Siamo abituati a ragionare con la nostra testa ed eventualmente a sbagliare da soli. Benigni a volte ci piace, ma al cinema.

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