giovedì 17 novembre 2016

Dire NO al referendum Costituzionale per dire NO alla disuguaglianza sociale.

di Gerardo Lisco. Se l’art. 117 della Costituzione riscritta dal DDL Boschi/Verdini/JP Morgan riporta in capo allo Stato centrale le materie delegate alle Regioni a seguito della Riforma del Titolo V, il precedente art. 116 apre alla possibilità che alcune delle materie di competenza dello Stato possano essere attribuite, con legge, a quelle Regioni che ne facciano richiesta e che abbiano il bilancio in equilibrio tra le entrate e le uscite. Se leggiamo attentamente questo articolo ci rendiamo conto,
cosa credo non presente in nessun’altra Costituzione di Paesi Liberal-Democratici, che con il DDL Boschi/Verdini/JP Morgan viene sancito in Costituzione il principio della diseguaglianza sociale e territoriale. In questo modo viene meno il principio stesso sul quale si regge uno Stato-Nazione e cioè quello della coesione sociale e territoriale. Il 3° comma dell’art. 116 attribuisce a ciascuna Regione, solo in caso di rispetto dei vincoli di bilancio regionale, la possibilità di legiferare in materie quali politiche attive del lavoro, istruzione, formazione professionale, commercio estero e governo del territorio; tutte materie che hanno una valenza fondamentale per le politiche economiche. Significa, ad esempio, che le politiche attive del lavoro che potrà fare la Lombardia legiferando in proprio potranno essere completamente differenti da quelle che potrà fare lo Stato Centrale in nome e per conto delle Regioni non in grado di chiedere la devoluzione di tale materia. Stessa cosa dicasi per la formazione professionale e per l’istruzione. Su quest’ultimo aspetto non si fa altro che legittimare sul piano Costituzionale i principi contenuti nella c.d. “ Buona scuola” che tanti problemi ha creato, e continua a creare, a studenti, insegnanti e famiglie. Saremmo in presenza di una differenziazione della qualità dell’offerta formativa che partirà in primo luogo dalle Regioni per poi riverberarsi sulle condizioni sociale ed economiche delle famiglie e degli studenti. Una tale previsione fa si che lo studente di Isernia non potrà godere della stessa qualità formativa offerta a Monza. La riscrittura dell’art. 116 e nello specifico del 3° comma fa si che le classi sociali subalterne, come i territori socialmente subalterni, continueranno ad impoverirsi. A nulla serve la previsione di un fondo perequativo considerato che i vincoli di bilancio, imposti dall’UE e recepiti in costituzione con le modifiche dell’art. 81 volute da Monti, fanno si che il fondo si attiva solo se le singole regioni raggiungono gli obiettivi indicati dal Governo in materia di bilancio. L’art.116, così come modificato, ha una valenza fondamentale per le politiche economiche; infatti pone in concorrenza i territori creando le condizioni perché le aree più sviluppate dell’Italia abbiano un trattamento di maggior favore rispetto alle aree meno sviluppate e che soffrono di più l’applicazione di politiche economiche neoliberiste. Questo articolo fa anche il paio con la composizione del nuovo Senato e con l’attribuzione del numero di Senatori a ciascuna Regione. Ai sensi del novato articolo 70 Cost., un terzo dei senatori può richiedere di esaminare ogni provvedimento approvato dalla Camera ed entro 30 giorni può proporre modifiche sulle quali la Camera dei Deputati si pronuncia in via definitiva anche se non sono previsti i termini entro i quali debba pronunciarsi. E’ sufficiente che i senatori eletti in Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna siano d’accordo tra di loro perchè un provvedimento legislativo dalla Camera possa essere richiamato per essere esaminato in Senato. L’art. 116 3° comma ha attribuito alle regioni più forti economicamente un potere tale da condizionare seriamente le scelte di politica economica che vorrà fare il Governo. Ne è prova la possibilità riservata al Senato di proporre modifiche alla legge di bilancio e di rendiconto consuntivo dello Stato. Questo è solo un esempio di “combinato disposto” tra articoli della Costituzione, come riscritta dal DDL Boschi/Verdini/JP Morgan. Ve ne sono altri non meno pericolosi, non solo il più noto tra riforma costituzionale e legge elettorale (Italicum) In conclusione da tutto questo evinco che siamo in presenza di una ristrutturazione del sistema Italia. In età contemporanea la prima ristrutturazione è stata fatta con l’Unità d’Italia. Sconfitte le esperienze Repubblicana, Democratica e Socialista del Risorgimento con la fine della Repubblica Romana, l’Unità d’Italia divenne un affare dei ceti sociali conservatori e liberali. Anche allora l’ordinamento centralista dello Stato rappresentò il presupposto per le successive politiche economiche che fecero pagare al Mezzogiorno e ai ceti sociali subalterni i costi della ristrutturazione. Stessa cosa successe all’indomani della Marcia su Roma di Mussolini. A parte la parentesi rappresentata dalla malvessata Prima Repubblica, la storia purtroppo si ripete, ed oggi il DDL Boschi/Verdini/JP Morgan risponde esattamente alle stesse esigenze di salvaguardia dei ceti dominanti. Sono fattori questi che devono impegnare tutti a sostenere il NO al Referendum Costituzionale.

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