Il referendum? Figlio dei diktat di Ue, Usa e Jp Morgan.

di Diego Fusaro. Dovrebbe essere ormai chiaro a tutti, almeno a quanti ancora abbiano l’onestà di pensare liberamente con la propria testa. La riforma costituzionale che riguarda l’Italia è ampiamente voluta, quando non direttamente dettata, da forze esterne rispetto a quelle dello Stato Italiano. C'è il gruppo finanziario Jp Morgan, come in altra occasione abbiamo rammentato. C'è il presidente uscente americano Barack Obama, che ha esplicitamente parteggiato per la vittoria del “Sì”. E c'è, dulcis in fundo, quell’Unione europea
che già da tempo, lo sappiamo, interferisce senza pudore nella vita nazionale del nostro Paese, come attestato in modo emblematico dalla “letterina” firmata Bce inviata al governo italiano nel 2011 con le direttive precise delle politiche da seguire. La riforma – diciamolo senza perifrasi – è voluta dalla Ue: non a caso, essa prevede un’ulteriore cessione di sovranità del nostro Paese all'Unione stessa. Lo si evince, oltretutto, dalla relazione introduttiva del disegno di legge Costituzionale dell’8 aprile 2014. Sotto il titolo "Le ragioni della riforma", è il governo stesso a esplicitare gli obiettivi. Il testo menziona "lo spostamento del baricentro decisionale connesso alla forte accelerazione del processo di integrazione europea e, in particolare, l’esigenza di adeguare l’ordinamento interno alla recente evoluzione della governance economica europea (da cui sono discesi, tra l’altro, l’introduzione del Semestre europeo e la riforma del patto di stabilità e crescita) e alle relative stringenti regole di bilancio (quali le nuove regole del debito e della spesa); le sfide derivanti dall’internazionalizzazione delle economie e dal mutato contesto della competizione globale". Più chiaro di così. In poche parole, la riforma proposta nominalmente dal premier Matteo Renzi e voluta dalla Ue (oltre che, lo ripeto, dagli Usa e da Jp Morgan) determina come nuovo dovere costituzionale l’attiva o, oserei dire, irriflessa partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione. La riforma, in altre parole, “costituzionalizza” l’Ue come forza a cui l’Italia deve subordinarsi senza residui. E, per questa via, renderà alquanto arduo mettere realmente in discussione le politiche europee sul fondamento di un conflitto con la normativa nazionale e con i principi della nostra Costituzione. Ecco perché - ormai l’abbiamo capito - questa riforma piace tanto a Bruxelles.

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