mercoledì 9 novembre 2016

L’amore dipendente, il frutto di patologci incastri a due.

di Caterina Steri. Tante volte ho scritto sulle dipendenze affettive, grosso male che affligge le persone senza che neanche se ne rendano conto e di conseguenza senza nemmeno che provino a liberarsene. Si vive anche per anni in dolorose situazioni ritenendole normali ed escludendo la possibilità che possano essere cambiate. Come possiamo quindi riconoscere di esserci infilati nella trappola di una relazione dipendente, di essere noi stessi dei dipendenti affettivi?
Esistono dei segnali chiari e specifici, ma prima di aiutarvi a riconoscerli vorrei partire dal presupposto che siamo tutti un po’ dipendenti, in qualsiasi tipo di relazione che andiamo a coltivare: la dipendenza quando è sana, ci serve per tenere i legami. Quando diventa patologica dovremmo essere in grado di correre ai ripari. Il dilemma sta nel capire la distinzione tra una dipendenza sana e una patologica. Solitamente chi instaura delle relazioni dipendenti patologiche non riesce a prendere decisioni da solo, si sottomette agli altri per la troppa paura di essere abbandonato, va alla ricerca continua di rassicurazioni e ha la necessità di avere sempre qualcuno di cui prendersi cura, facendo di quell’accudimento una missione di vita. C’è quindi l’assoluta trascuratezza dei propri bisogni personali perché troppo impegnati a cercare di soddisfare quelli del partner. Esiste una mancanza di reciprocità nel rapporto in cui il dipendente, pur di tenerlo in piedi “fa per due” illudendosi tuttavia che non sia così. Poi quando le cose vanno male si attribuisce le colpe del fallimento, convincendosi di non aver fatto abbastanza per il rapporto e cerca di impegnarsi ancora di più per rimediare alla situazione e al forte senso di inadeguatezza personale. Questo ulteriore slancio fa si che il dipendente si annulli ancora di più e non abbia interesse per se e la propria vita e tenda ad isolarsi perché non dedica tempo ed energie a se e ad altre relazioni. La sua mission è solo quella di riuscire a farsi amare, prima o poi. Un’altra caratteristica del dipendente affettivo è la resistenza a qualsiasi tipo di cambiamento, proprio per la paura che possa succedere qualcosa di nuovo e incontrollabile che faccia fallire la relazione. Per questo motivo si alterna in un turbinio di stati psicologici che vanno dal senso di colpa per non meritarsi l’amore dell’altro, all’eccessiva gelosia, vergogna, senso di inferiorità e rabbia nei suoi confronti, annullamento di sé e mancanza dell’autostima. Predilige inoltre l’assenza totale di confini con il proprio partner ed è intollerante a qualsiasi forma di individualità. Ma se ogni dipendente ha le sue caratteristiche peculiari, inevitabilmente anche il suo partner le avrà. Non si finisce casualmente in una relazione dipendente, ma essa è frutto di incastri a due ben precisi. Il carnefice solitamente è una persona che non sa amare a sua volta, ma che convince la sua vittima che se dovesse impegnarsi adeguatamente alla fine riuscirà a concederle il suo amore. Nel mentre che essa si prodiga in ogni modo il compagno carnefice la avvilisce rimandandole di non essere adeguata e all’altezza della relazione e la confronta costantemente con un ipotetico “altro” sempre migliore. Opera un vero e proprio stillicidio che determina nella vittima una sempre maggiore insicurezza e frustrazione, facendola vivere nella paura costante di venire abbandonata. Ammettere di vivere una relazione dipendente in senso patologico è molto difficile, perché implica il fatto di aver sbagliato a dedicarle troppo tempo ed energie a discapito di se stessi. Ma la presa di coscienza è inevitabilmente il primo passo da fare per poter trovare una via di fuga. Il secondo passo è quello di voler liberarsi dalle catene relazionali patologiche, il terzo, quando non si riesce a farlo da soli è quello di rivolgersi ad un esperto che possa aiutare a farlo. Non possiamo liberarci da una dipendenza affettiva senza imparare a metterci al centro della nostra vita, sviluppando un sano egoismo. Nonostante per molti la parola egoismo risulti negativa, essa è un importante strumento per la risoluzione di questo e tanti altri problemi di vita che un bravo psicoterapeuta può insegnarvi ad usare.

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