Sono una terremotata...

di Grazia Nonis. Sono una terremotata, ed ora sono qui, seduta sull’autobus che sta portando me e i miei compagni di sventura verso la costa. Poggio la testa sul freddo vetro del finestrino, mentre guardo scorrere il paesaggio dei luoghi che mi hanno visto nascere, crescere, ma che non riconosco più. Vedo solo distruzione, polvere, macerie. Non ci si accorge di quanto sia importante il passato fino a quando non viene spazzato via, quanto si ha la certezza che il nostro vissuto mai potrà ritornare.
Ma non può esistere un futuro senza un passato, ed io devo ricordarlo, imprimerlo ben bene nella mia mente, come le pagine di un libro letto e riletto centinaia di volte. Per poterlo sfogliare quando la nostalgia e il dolore torneranno nuovamente a farsi sentire. Mi rivedo bambina, con la coda spettinata, le ciabatte di due colori e le braghette corte, inforcare la bicicletta e percorrere il viale che mi porta verso il paese. Profumi di orto, di fiori, di stalla, di mucche, di pascolo. Il profumo della vita. La mia vita. Un sorriso, un cenno del capo, una mano alzata che mi saluta e raccomanda di stare attenta, di salutare la nonna, e di fermarmi quando torno indietro per portar a casa i fiori di camomilla fatti seccare al sole. Alzo gli occhi e guardo l’azzurro del cielo, e ricomincio a correre, a pedalare più forte. Mi faccio il segno della croce mentre passo accanto alla cappelletta in fondo al borgo, la nicchia che ospita la statua della Madonnina. Domani le porterò ciclamini freschi e profumati che raccoglierò sul pendio della collina, davanti alla chiesetta tra i boschi che come una vedetta veglia sulla nostra vallata. Terrò un mazzolino da metter nel vasetto davanti alla foto del nonno, quella che c’è sul mobile della cucina, poggiata sul centrino color crema fatto all’uncinetto dalla zia. Terrò alcuni fiori da portare al cimitero, come faccio tutte le domeniche prima di andare a messa, quando indosserò il vestito della festa e le scarpe nuove. Passo veloce davanti alle case, e osservo le panchine di pietra fuori la porta. Odo risate e chiacchiericci echeggiare per la via. Bimbi che giocano a campana o a nascondino per i vicoli; donne che si raccontano; ragazzi che amoreggiano, cuori che palpitano nel buio. Rallento, mi fermo davanti la chiesa, sul sagrato. Bambini in festa dopo la prima comunione; giovani bianche spose; pianti e lacrime dietro una bara. Amici, parenti, volti conosciuti. Mani che si stringono, abbracci, carezze, baci appassionati. Appoggio la bicicletta al muro della piccola piazza, e m’incammino per la via. Tocco i muri, le porte, memorizzo i colori, gli odori. Mi fermo accanto alla grande quercia, custode discreto dei nostri tormenti, delle nostre gioie, di una manciata di anime che ha visto nascere, crescere e poi morire. Chiudo gli occhi, e poso la fronte sul suo ruvido tronco. La supplico d’aiutarmi a non dimenticare.

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