Poletti, ministro del Lavoro con delega alle figuracce!

di Massimo Gramellini. Il ministro del Lavoro con delega alle figuracce Giuliano Poletti ha deciso di sfatare a parole, e non solo con la sua presenza, l’affermazione retorica secondo cui sono sempre i migliori quelli che se ne vanno. Lo ha fatto con l’eleganza e il tatto che lo contraddistinguono fin da quando spernacchiava come scansafatiche i laureati ventottenni, per la gioia degli specializzandi ancora curvi sui libri a quell’età.
Poletti ha cominciato col dire che "se centomila giovani se ne sono andati dall’Italia, non è che qui sono rimasti sessanta milioni di pistola" e i maligni hanno subito pensato che la volesse mettere sul personale. Poi l’uomo delle coop rosse ha tirato l’affondo: "È un bene che certa gente se ne sia andata, sicuramente questo Paese non soffrirà a non averli più tra i piedi". Un mio amico - il cui figlio laureato in Ingegneria col massimo dei voti ha appena accettato un posto a Londra forse perché suo padre non aveva da offrigliene uno nella Lega delle Cooperative - si è leggermente risentito. Temo non abbia colto la delusione nascosta tra le pieghe della raffinata ironia ministeriale. Poletti non si capacita di come possano esserci centomila giovani così ingrati e antipatriottici da accettare un lavoro regolarmente retribuito all’estero piuttosto che immergersi nell’esilarante girandola italica dei "voucher" da lui promossi. Siamo in tanti a pensare che sia un bene che se ne siano andati. Un bene per loro. Mentre è un male che il ministro del Lavoro di un Paese con il record di disoccupati e precari rimanga ancora al suo posto a sparare pistolettate.

4 commenti:

  1. Per una vita pensi che le cattiverie che dicono sulle Coop rosse siano solo invidia e diffamazione poi, un giorno, capisci tutto.

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  2. ...e poi si chiedono pure perchè i giovani non votano Pd, andate a casa, avete stufato: incapaci!

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  3. Mi chiamo Luca e sono uno di quelli che è meglio non avere tra i piedi. Vorrei condividere la mia esperienza con Lei. Quattro anni fa ho messo la mia vita in una valigia e sono partito per l'Australia in cerca di un futuro migliore. Mi creda, Ministro, non è stato facile. Non è stato facile vedere mia madre con gli occhi lucidi in aeroporto e non è stato facile salutare gli amici di una vita, mio fratello. Ho pianto un po' anche io prima di salire sull'aereo in quella fredda mattina di gennaio. Eppure ci ho provato, ci ho provato davvero a non essere "un pistola", a rimanere nel mio Paese che tanto mi manca, ma come potevo con le pessime condizioni in cui ero? Così me ne sono andato in punta di piedi, senza fare troppo rumore. Sono atterrato dall'altra parte del mondo con tante speranze, sogni che non occupavano troppo spazio in valigia e poche certezze. Sono arrivato qui che era estate, faceva caldo, ero lontano da casa e non mi rendevo ancora conto di cosa avessi fatto. Dovevo trovare un lavoro, perché quei quattro soldi che avevo messo da parte non sarebbero bastati a lungo. Sa, Ministro, qui gli immigrati non li mettono in hotel con colazione, pranzo e cena pagati. Così, con una laurea medica in mano, il mio primo lavoro è stato lavare tazzine di caffè in centro ad Adelaide, perché qui le lauree europee non sono tutte riconosciute. Poi sono andato a raccogliere le mele. Non mi vergogno affatto a raccontarlo, perché andare via dal proprio paese significa ricominciare tutto da capo. Non voglio mentire, Ministro, non è stato piacevole, ma io non mi sono mai tirato indietro. In mezzo a mille difficoltà e test di lingua inglese finalmente ottenni un primo riconoscimento del mio titolo di studio; preso da stupore e gioia decisi di rispondere ad alcuni degli innumerevoli annunci di lavoro. Ci crede, Ministro, che la prima risposta arrivò dopo circa 10 minuti? Il mio primo lavoro fu a tempo indeterminato, con quattro settimane di ferie pagate, dieci giorni di malattia e stipendio a salire. Pazzesco per uno che era meglio non avere tra i piedi in Italia. Ora la mia vita è qui, Ministro, lontano dal paese che mi ha visto nascere e crescere, lontano dalla mia famiglia e dai miei amici. Non sono una grossa perdita per l'Italia, il Bel Paese sopravviverà anche senza di me, non diventerò ricco e famoso, non vincerò il premio Nobel e non scoprirò la cura per il cancro. Sono un ragazzo normale, come tanti che ora ha delle certezze in più, uno stipendio che mi permette di vivere e non di sopravvivere e che può guardare al futuro con un po' più di serenità. Caro Ministro, le auguro di fare un buon lavoro, le auguro di poter migliore il Paese più bello del mondo, cosicché nessuno debba più scappare via come ho fatto io. Luca M.

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