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Molto clandestini e poco profughi.

di Grazia Nonis. Scorrono le immagini dei migranti messi in salvo dalla nostra Marina militare. Osservo attentamente le persone che scendono dalla nave che li sta portando in salvo. Una marea di uomini. Pochissime donne e bambini. M’interrogo sulla provenienza di questi baldi giovanotti, e senza essere un’esperta in materia di flussi migratori arrivo alla conclusione che non trattasi di profughi in fuga dalla guerra. Sono gli stessi che osservo uscire dal centro di accoglienza della mia cittadina. Ospiti fissi che da più di due anni si alzano la mattina per far colazione, il pranzo e poi la cena.
Non si rifanno il letto e non puliscono la loro camera perché c’è qualcun altro pagato per farlo al posto loro. Alcuni sono finiti sul giornale perché avevano il vizietto di portarsi l’amichetta in branda. A loro difesa sono intervenuti prontamente i paladini buonisti a giustificare le loro maschie necessità. Di recente, in risposta ai cittadini stufi del fancazzismo di questi “molto clandestini e poco profughi”, alcuni responsabili del centro hanno pubblicato delle foto che ritraevano una decina di loro intenti a raccoglier foglie nel parco cittadino. “Razzisti! Vedete come si danno da fare per ricambiare la nostra ospitalità?” Già, peccato siano solo il dieci percento; gli altri novanta han detto “non ci penso nemmeno e le foglie te le raccogli tu”; siano sempre i soliti; le foglie cadano solo in autunno. Me la prendo anche con gli stolti che paragonano questi fenomeni ai primi emigrati italiani, quelli partiti per la Germania, la Francia, il Belgio, l’America, con la valigia di cartone zeppa di sogni e speranze. Questi parolai troppo spesso dimenticano che furono proprio quei paesi a reclamare la nostra manodopera, e che se spalancarono i portoni fu solo perché di lavoro ce ne era a iosa. Loro avevano bisogno di noi e noi di loro. Testa bassa, lavoro, sudore e stamberghe dove riposare. Gente a cui non è mai stato regalato nulla. Nessuno li ha accolti a braccia aperte, fatti mangiare gratis, lavato i panni sporchi e riordinato le loro stanze. Persone umili che, dopo essersi rotti la schiena, hanno avuto fortuna e fatto conoscere ed apprezzare l’Italia nel mondo. Quindi, chi si permette di fare paragoni simili offende chi come me è figlio, nipote e cugino di migranti che nulla hanno a che fare con i lazzaroni che sputano nel piatto dove mangiano, pretendono di vestire alla moda, di alloggiare in centro città, di salire gratis su tram e autobus. Con tutto il tempo che hanno a disposizione, se la facciano a piedi la strada! Possibile non abbiano un briciolo di orgoglio? Sicuramente, la colpa è tutta degli stupidi “abbracciapopoli” che fanno credere loro che tutto gli è dovuto. Quelli che non insegnano che la michetta la si deve guadagnare e l’erba voglio esiste solo nel giardino del re. Che li obblighino a pulire, lavare, strofinare e tenere in ordine il luogo in cui gli è stato concesso di abitare. E a chi si rifiuta e preferisce poltrire gli si nega la libera uscita, la scheda telefonica, la mancetta quotidiana. Insomma, l’insegnamento del buon padre di famiglia. In Italia siamo in crisi nera, siamo alla canna del gas, non abbiamo bisogno né di manodopera extra né di prenderci sul groppone altri migranti economici. Ci bastiamo ed avanziamo. Questa è anche l’opinione degli stranieri che da anni risiedono, lavorano nel nostro paese e si sono bene integrati. Ed è anche il messaggio, il tamtam, che i nostri governanti dovrebbero far arrivare agli Stati di provenienza di questi sedicenti profughi. Per evitare che partano, per evitare che noi si diventi come quei paesi che loro stanno lasciando.

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