giovedì 12 gennaio 2017

E se la vittima di tentato femminicidio fosse prima di tutto vittima di se stessa?

di Maria Zurzolo. Messina, un altro ex fidanzato violento si reca a casa della ragazza che ha "osato" lasciarlo, suona al campanello e una volta di fronte a lei la spinge per terra, la cosparge di liquido infiammabile e appicca il fuoco. Fatti di cronaca come questo, sono purtroppo all’ordine del giorno e rischiano di divenire "cose normali" se non fosse per l’indignazione e lo sdegno che suscitano,
"fortunatamente", nella maggioranza dell’opinione pubblica. Lo stupore nasce però quando la vittima, anche di fronte all’evidenza dell’accaduto, comincia a difendere il suo aggressore. Alessio è stato fermato e accusato di tentato omicidio premeditato aggravato dalla crudeltà grazie ad elementi di prova in possesso degli inquirenti e non per la testimonianza della ragazza, ma Ylenia urla comunque dalla camera dell’ospedale, dove si trova ricoverata: "Non è stato lui, è innocente!" Ovviamente la colpevolezza del ragazzo è ancora da stabilire in maniera certa e d’altro canto la ragazza è sicuramente in uno stato di shock e di non lucidità. Detto ciò però, situazioni del tipo "vittima che cerca di scagionare il suo carnefice" non risultano essere poi così rare. Proprio come nella Sindrome di Stoccolma la vittima, nonostante la violenza subita, prova sentimenti positivi nei confronti del suo carnefice. Tale condizione psicologica è però legata a casi di abusi e situazioni traumatiche ripetute nel tempo e in cui la persona oppressa percepisce l’effettiva perdita di controllo sulla sua vita, che si trova nelle mani del suo aguzzino. S’innesca un meccanismo di difesa legato a un paradossale istinto di sopravvivenza: inconsciamente questo "legame di sofferenza" consente la conservazione e crea un’idea irrazionale per cui, col tempo, il "sequestratore" potrà redimersi con l’amore. Nell’evento accaduto in Sicilia, da un lato potrebbe evidenziarsi un evitamento e una negazione della possibilità di aver amato una persona che possa macchiarsi di un simile crimine, ma dall’altro si potrebbe pensare a una possibile variante moderna della suddetta sindrome, dove la vittima non è legata da catene fisicamente visibili, ma potrebbe essere invischiata in un tipo di relazione dipendente che la spinge a boicottare "volontariamente" la sua libertà. Avrebbe la possibilità di rompere definitivamente quel "legame", ma non lo fa e addirittura difende il suo assalitore! In questi casi non è la paura e l’istinto di sopravvivenza ad avere un ruolo fondamentale, ma piuttosto la certezza e la sicurezza di essere sempre e comunque voluta e amata, anche se di un amore malato! Il meccanismo psicologico che può innescarsi potrebbe far ragionare la vittima in questi termini: "mi ama talmente tanto e non può fare a meno di me che è arrivato a fare anche questa pazzia!" La spiegazione che molte delle vittime si danno, è che tanto più il legame è "passionale" tanto più gli atti possono essere "forti" come se, "qualora non facesse nulla e rispettasse la mia decisione, allora vorrebbe dire che non mi ama poi così tanto!" Così come nella sindrome di Stoccolma, permane la consapevolezza che l’amore possa cambiare le cose e che, ritornando ad essere uniti, la violenza scomparirà e si trasformerà in amore romantico e passionale. Questi pensieri si strutturano spesso in personalità di tipo dipendente, poco centrate e con una bassa autostima e si consolidano sulla base di una precedente “relazione sentimentale” che fa da sfondo e che sostiene il tutto. Educare fin da bambini al rispetto per se stessi e aiutare le vittime a comprendere che la violenza è sopruso e come tale va considerata, sono i passi fondamentali per cominciare ad indignarsi e a non accettare passivamente situazioni in cui qualcuno proibisce "solo" di non uscire o se strattona o umilia "soltanto". Uno schiaffo è uno schiaffo e non è mai una manifestazione di amore!

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