giovedì 23 febbraio 2017

Diario dalla California giorno 2.

di Matteo Renzi. Il futuro non è più quello di una volta” diceva Paul Valery e quando parli con Brian Chesky, CEO e fondatore di Airbnb, te ne rendi conto. Certo lui  -  come molti, in questa capitale globale del domani - pensa che i prossimi anni cambieranno l’umanità più di quanto lo abbiano fatto gli scorsi secoli,
ma il futuro che egli ha in mente non è solo quello dei robot e dell’intelligenza artificiale. Accanto al freddo mondo delle macchine, secondo Brian, il futuro sarà fatto di quello che lui chiama il villaggio: la dimensione calda delle radici e delle relazioni, della cultura e delle esperienze uniche che nascono dagli scambi tra le persone. I computer non prenderanno mai il posto di quella componente, anzi paradossalmente la esalteranno, creando nuove opportunità di vita e di lavoro. In Italia più che altrove perché in fondo è quello che facciamo da sempre: produrre esperienze capaci di emozionare il mondo. Me lo confermava stamani il CEO di Apple Tim Cook, a Cupertino, nel quartier generale di un’azienda che continua a mietere risultati straordinari e che in queste ore raggiunge il massimo della capitalizzazione come mi spiegava Luca Maestri, al vertice della parte finanziaria aziendale, italiano competente e capace. L’Italia dunque vista come produttrice di valori e di esperienze e questo spiega  -  tra l’altro  -  la scelta di Napoli per il progetto Apple che sta funzionando molto bene. E di cui ovviamente sono lieto e grato a tutti quelli che lo hanno reso possibile. Ma non di sole aziende vive l’uomo! E allora siamo stati in vista a Stanford, una delle università più prestigiose al mondo, senza la quale probabilmente non sarebbe stato possibile il miracolo della Silicon Valley. Abbiamo discusso con il rettore di ingegneria e un gruppo di studenti delle rivoluzioni tecnologiche prossime venture, ma prima abbiamo anche affrontato un pranzo di discussione con alcuni professori di scienze politiche, tra i quali Francis Fukuyama. Quali sono le grandi sfide con le quali deve confrontarsi la democrazia, in America come in Europa? Qual è il rapporto tra popoli e populisti? Se, da entrambi i lati dell’Oceano, una quota crescente di cittadini ha la sensazione di aver perso il controllo della propria vita e della comunità nella quale vive, la risposta non può essere un’alzata di spalle. I nuovi nazionalisti, loro, una soluzione ce l’hanno: chiudere le frontiere, interrompere gli scambi, rigettare il diverso. Insomma tornare indietro. Mostrare che l’alternativa è la società aperta, inclusiva, tollerante dove non si rinuncia all’identità, alla cultura, alla tradizione ma forti dei propri valori ci si apre al dialogo e al confronto. Su questi temi dovrebbe confrontarsi una forza che vuole ambire a cambiare l’Italia e l’Europa, non certo sulla data di un congresso o sulla simpatia del leader di turno. E di questo parleremo nelle prossime settimane. Nel frattempo domani torniamo in Italia, ma spero di riuscire a mandarvi prima la terza e ultima tappa del diario di bordo incentrata sull’incontro  -  molto bello  -  con alcuni italiani presenti in zona. Adesso a letto che qui ormai è tardi. Buona notte!

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