venerdì 24 febbraio 2017

Fuori dall'euro Italia più forte e più competitiva.

di Fabio Montoli. A dirlo non sono Salvini o Marine Le Pen, e nemmeno qualche euroscettico convinto. A sostenere la tesi che la fine dell'euro comporterebbe una sostanziale stabilità rispetto alla moneta unica per una eventuale nuova lira, è uno studio curato da Villemot e dal collega Cédric Durand della Sorbona, che ipotizzano due scenari: l'uscita dall'euro di un singolo Paese o la rottura totale e contemporanea dell'unione.
Sulla base dei dati relativi alla natura del debito pubblico e di quello privato alla fine di settembre 2015, la fine dell'euro comporterebbe, appunto, una stabilità per una nuova lira rispetto alla moneta unica, anzi, addirittura si rivaluterebbe di circa l'1% sull'euro. Tale considerazione proviene dal fatto che il debito pubblico emesso in altre giurisdizioni e valute si attesta a circa il 5% del Pil e dunque non rappresenta un problema irrisolvibile. In caso di Italexit, infatti, quei titoli o quei finanziamenti non potrebbero essere ridenominati in nuove lire e quindi appesantire il conto. In secondo luogo, la posizione netta dell'Italia (attivi-passivi) è positiva. Grazie alla forza e al sacrificio di famiglie e imprese la nazione produce ed è perciò creditrice in misura maggiore rispetto a quello che è il suo sbilancio. Il saldo è infatti positivo per circa il 30% del Pil. Ecco perché, l'Italia, avrebbe da temere per la fine dell'euro meno di Germania, Francia e Spagna. La Germania dovrebbe sopportare una rivalutazione del 14% che la renderebbe meno competitiva, mentre le seconde soffrirebbero una svalutazione dell'11% circa sull'euro. Premesso comunque che si tratta di simulazioni che non tengono conto del peso dei derivati finanziari presenti sul mercato, non si può tuttavia non sottolineare come, secondo Villemot e Durand, l'uscita dall'euro per l'Italia sarebbe a "rischio zero", in virtù anche di un'incidenza tollerabile dei debiti delle istituzioni finanziarie e non finanziarie espressi in valuta estera che, ad oggi, non vanno oltre il 30% e l'8% del Pil. Basti pensare che per il piccolo Lussemburgo questi due parametri raggiungono il 742% e il 1.125% del Pil. Anche a Parigi si sta pensando all'uscita dall'euro, e anche questo non è uno slogan elettorale della Le Pen, ma un'elaborazione di un autorevole centro di ricerca economico transalpino, l'OFCE che è stato presieduto per vent'anni dall'economista Jean-Paul Fitoussi. Insomma, il dibattito per tornare ad essere padroni della propria moneta sembra essere condotto nelle sedi istituzionali più importanti. Tant'è vero che uno dei due autori della pubblicazione dell'OFCE, Sébastien Villemot, collabora con "Sciences Po", la prestigiosa università francese guidata dall'europeista Enrico Letta. Insomma, la ricetta per un Italia più competitiva sembra esserci, ma probabilmente questo, a qualcuno, oltralpe, potrebbe dar parecchio fastidio.

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