Le elezioni e la governabilità.

di Rocco Artifoni. Ci sono alcuni aspetti irrazionali nel dibattito politico sulla data delle prossime elezioni. Eppure la questione dovrebbero essere affrontata con semplice buon senso e logica. Dopo il referendum costituzionale del dicembre scorso e la recente sentenza della Consulta sulla legge elettorale, è evidente che ci ritroviamo un bicameralismo paritario e due normative elettorali molto diverse. Se si andasse a votare
con le regole attualmente vigenti, il rischio di stallo politico sarebbe alquanto elevato, poiché con ogni probabilità i due rami del Parlamento esprimerebbero maggioranze diverse. Ne consegue la necessità - rilevata da molti - di rendere omogenee le due leggi elettorali attraverso un accordo parlamentare. In questa prospettiva è secondario il sistema elettorale scelto, perché è prioritario che sia analogo per Camera e Senato. Ciò significa approvare in tempi brevi una nuova legge elettorale. Ma anche questa eventualità non è priva di insidie: la Corte di Strasburgo, con una sentenza del 2012, ha richiamato gli Stati dell’Unione Europea al rispetto del codice di buona condotta in materia elettorale, che tra l’altro raccomanda la stabilità della legge elettorale nel periodo immediatamente precedente il voto. In questo caso è evidente che dall’Europa è arrivato un segnale chiaro: non si possono confezionare leggi elettorali ad uso e consumo delle maggioranze del momento, eventualità di cui purtroppo l’Italia non è stata esente. Pertanto, per mantenere una linea di correttezza, qualora il Parlamento approvasse una nuova legge elettorale, sarebbe opportuno evitare di andare alle elezioni in modo anticipato, lasciando che la legislatura termini nei tempi ordinariamente previsti, cioè alla scadenza del 2018. In fondo, attualmente in Italia c’è un governo in carica, che gode della fiducia di una maggioranza parlamentare e non si capisce perché si dovrebbe andare ad elezioni anticipate. In realtà un argomento ci sarebbe: questo Parlamento è stato eletto con una legge elettorale (il “porcellum”) che è stata giudicata incostituzionale. Però questa motivazione, che effettivamente ha un fondamento, avrebbe avuto un senso se fosse stata condivisa e adottata subito dopo la sentenza che ha annullato alcune parti della legge Calderoli, cioè all’inizio del 2014. Prenderla in considerazione soltanto a distanza di tre anni è incoerente, a maggior ragione se a sostenerla sono gli stessi che l’hanno finora ignorata, promuovendo addirittura una revisione costituzionale approvata da questo stesso Parlamento. “Nei paesi civili - ha recentemente detto l’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano - alle elezioni si va a scadenza naturale e a noi manca ancora un anno. In Italia c’è stato un abuso del ricorso alle elezioni anticipate. Bisognerebbe andare a votare o alla scadenza naturale della legislatura, o quando mancano le condizioni per continuare ad andare avanti”. L’esternazione di Napolitano è stata criticata da molti, ma a ben vedere si tratta di un ineccepibile punto di vista istituzionale e costituzionale. Non è un caso che l’attuale Presidente della Repubblica Sergio Mattarella abbia voluto manifestare la propria “solidarietà” a Napolitano con una telefonata. Resta poi da segnalare la strumentalità di chi durante la campagna referendaria per la riforma costituzionale era pronto a mettere tra parentesi ogni altro principio in nome della stabilità governativa e oggi si schiera sfacciatamente tra chi reclama a gran voce le elezioni anticipate, disponibile a sacrificare senza remore sia il governo attuale sia la governabilità del paese. Anche in questo caso Giorgio Napolitano ha colto nel segno: “Per togliere la fiducia ad un governo deve accadere qualcosa. Non si fa certo per il calcolo tattico di qualcuno…”. Lo scenario politico italiano appare sempre più simile ad uno scontro tra interessi di parte senza esclusione di colpi. Quando davanti al bene comune si mette il risultato elettorale del proprio partito o addirittura della propria carriera politica, l’esito non può che essere negativo. Ciò che rischia di rimane inerme sul terreno della politica è la partecipazione democratica e il valore delle istituzioni.

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