lunedì 20 febbraio 2017

Tale cane, tale padrone: abbiamo davvero la stessa personalità?

di Eleonora Degano. La relazione tra esseri umani e cani è unica, da entrambe le parti. Un attaccamento tra due specie diverse, che con la spinta della domesticazione è diventato per il cane una continua sfida cognitiva. Ma quanto è vero il detto “tale padrone tale cane”? La nostra personalità, il nostro modo di essere, possono influenzare quelli del nostro cane? Secondo un nuovo studio, condotto dall’Università di Vienna e pubblicato su Plos One, la risposta è sì. A oltre 100 proprietari di cani è stato chiesto di rispondere a un questionario sul proprio cane e su loro stessi, che ha permesso di dividerli in cinque categorie:
persone coscienziose, nevrotiche, estroverse, gradevoli e mentalmente aperte. In seguito cani e padroni hanno affrontato delle situazioni stressanti, come camminare su una grata o su una piattaforma traballante, e gli scienziati hanno misurato il livello di cortisolo, l’ormone dello stress, nella saliva di entrambi. Ne è emerso che gli umani più “nevrotici” avevano accanto cani più nervosi, viceversa quelli “alla mano”, mentalmente aperti, avevano un compagno a quattro zampe padrone della situazione. Più scarsa è la variabilità nei livelli di cortisolo, infatti, meno un cane sarà in grado di affrontare gli imprevisti e gestire le situazioni di stress. Al contrario, se il livello di cortisolo istantaneo è basso ma la sua variabilità è elevata, sappiamo che ci troviamo di fronte a un cane sano e in grado di fronteggiare gli eventi inaspettati della vita. Ma possiamo davvero parlare di personalità? “Non è l’unica indicazione che abbiamo sul fatto che uomo e cane, in qualche modo, comunicano dal punto di vista emotivo. C’è una sorta di fusione”, spiega a OggiScienza Elisabetta Palagi, etologa dell’Università di Pisa non coinvolta nella ricerca, che studia dal punto di vista evolutivo i comportamenti alla base dei rapporti sociali. Nel 2015 un altro studio sul tema si è guadagnato la copertina di Science, quando dei ricercatori giapponesi “hanno scoperto che c’è una sorta di accoppiamento, di sincronia tra cane e padrone nel momento in cui ingaggiano lo sguardo”. Dopo aver somministrato ossitocina (l’ormone “dell’amore”) ai cani per via intranasale, questi cercavano maggiormente il contatto oculare con il proprio padrone, che a sua volta sperimentava un aumento nei livelli dell’ormone. Questo tipo di interazione è stato ampiamente dimostrato e documentato nei rapporti tra madre e figlio, nella fase neonatale, dove rappresenta un rinforzo positivo dal punto di vista emotivo. “In questo studio hanno dimostrato lo stesso tipo di accoppiamento, solo che hanno misurato il cortisolo e non l’ossitocina”, dice Palagi. “La variabilità del cortisolo misura la capacità di far fronte agli eventi stressogeni. Mettendo cani e padroni in situazioni di stress, hanno notato che questa variabilità era presente soprattutto quando il padrone era una persona affidabile, coscienziosa e non nevrotica. E che era correlata, sia nell’uomo che nel cane, alla personalità dell’uomo”. Un altro aspetto interessante è che hanno scoperto che i cani che riescono meno a rispondere alle variazioni sono i cani maschi che appartengono a donne, e che le donne in generale mostrano un attaccamento emotivo maggiore al cane e cercano di più il contatto visivo. “Gli autori fanno un parallelo con il fatto che le donne sono solitamente quelle che hanno maggior attaccamento al neonato: lo leggono come analogia e omologia di rapporto tra il caregiver, la donna, e soggetto di cui si occupa, in questo caso il cane”, dice Palagi. Il che, aggiunge la scienziata, è in linea con i suoi studi sul tema. “Lavorando su cinque anni di dati, nel 2016 abbiamo trovato che le donne rispondono più degli uomini al contagio da sbadiglio. Forse per un maggior ingaggio dell’attenzione verso le emozioni altrui, o perché sono più ‘suscettibili’ dal punto di vista emotivo. Probabilmente è legato alla biologia della femmina di mammifero, alla maggior empatia, per via del coinvolgimento e della soddisfazione quando si investe nelle cure parentali”. Uno dei limiti nel valutare la personalità dei partecipanti -e dei cani- è che è stata determinata attraverso i questionari, un metodo molto usato anche se sappiamo che “ognuno ha una percezione di sé del tutto diversa da quella che ha di lui un’altra persona, il che vale anche per i cani. Il mio cane sarà sempre il più bravo e il più bello”, dice Palagi. “Per questo in etologia si ricorre spesso a uno sperimentatore blind. Immaginiamo di avere due foglietti con due diversi odori e voler scoprire quale dei due è il preferito di un animale. Chi farà l’esperimento non saprà quale odore c’è su quale foglietto, in modo che non sia portato a vedere un certo risultato più di un altro”, spiega Palagi. “Ricorrere ai questionari è comunque una situazione del tutto normale, ma sta allo sperimentatore cercare di risolvere il bias, magari ponendo domande fuorvianti, studiate apposta per essere più attendibili”. Come sappiamo che cane e padrone hanno proprio la stessa personalità, e che il primo non sta “solo” leggendo i segnali di stress del secondo, ad esempio sul volto? “La variabilità del cortisolo non è stata misurata solo in funzione del momento del test”, commenta Palagi, “ma tenendo conto anche della media dei livelli giornalieri dell’ormone. Come dice Frans de Waal, le emozioni passano dal corpo. Le persone con problemi psicologici spesso evitano di sostenere lo sguardo, anche con il proprio cane, mentre riuscire a farlo e interagire con un linguaggio stimolante -e con il tocco- potenzia una sorta di comunicazione di tipo emotivo. Così la personalità del cane dipenderà dall’esperienza fatta insieme ma soprattutto dalla personalità del padrone. Una persona poco socievole sarà poco socievole anche con il suo cane: è l’apertura verso altri esseri viventi a creare il legame”.

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