mercoledì 8 marzo 2017

Ecco perchè io non ci sarò nella 'piazza smutandata' dell'8marzo!

di Grazia Nonis. '8 marzo'. Alcune di noi vanno a manifestare con la gonna alzata e la vagina in mostra, e poco elegantemente fanno roteare il reggipetto sopra la testa. Vogliono far sentire la loro voce così, “biotte”. La loro voce, non la nostra. La loro vagina, non la nostra. No, non mostro e non condivido. Lo trovo un comportamento volgare e patetico, anche se ce la vogliono far passare per una provocazione fatta ad “arte”: la lotta per i diritti delle donne.
Purtroppo, quelli che accorreranno a gustarsi lo spettacolo, se ne andranno con la stessa convinzione che li ha portati lì, nella piazza smutandata: ci sono donne che ragionano solo con la gina. Qualcuno dirà che la stupida sono io, e tutte quelle che come me criticano queste manifestazioni non propongono poi valide alternative. Già, noi siamo le stupide che non si fermano mai, grazie o per colpa di quella scheggia di Dna che ci arriva direttamente da Eva. Un miscuglio di senso del dovere, di colpa, di coscienza, di responsabilità che ci fa credere di essere indispensabili, che senza di noi potrebbe cadere il mondo. Cadrebbe, per davvero! E allora via, al lavoro, per portare i bambini all’asilo o a scuola. Poi di corsa, a perdersi tra bucato e borsoni da ginnastica da svuotare, frigo da riempire, anziani da ascoltare, malati da accudire, lacrime da nascondere. Chi pensa che il nostro mondo si fermi lì sbaglia di grosso.
Non abbiamo bisogno di scendere in piazza a vulva scoperta per farci valere, per difendere i diritti di noi donne, o per pretendere quella mimosa che è d’obbligo l’8 marzo. Di questa giornata, aborriamo l’assurdo e deprimente spettacolo dell’uomo tartaruga assoldato per la festa delle donne. Quello che lancia la sua poco maschia mutanda in mezzo a gruppi di donne che si azzuffano, slinguano e slanguano per accaparrarsela. Forse perché siamo bigotte, beghine o suorine? No, semplicemente perché non ne abbiamo bisogno, non ci appaga, ma ci infastidisce, ci deprime. Insomma, lo troviamo squallido. Cosa facciamo per le donne? Senza platea e senza clamori, combattiamo ogni giorno per non essere discriminate, per aiutare donne come noi a non farsi calpestare, ad essere più libere, indipendenti. Offriamo una spalla, una stampella a quelle che soffrono perché non ce la fanno più, e ci ritagliamo del tempo per ascoltarle, condurle per mano verso ciò che più si avvicina ad una soluzione. Sono nostre amiche, o a volte solo conoscenti, amiche di amiche di cui spesso sappiamo solo il nome. Occhi pesti; bimbi da proteggere; seni asportati; notti in ospedale; fino a spingerci fin dove la legge non arriva. O meglio, dove non vuole arrivare. Siamo mogli, compagne, amanti, amiche. Ma anche avvocati, poliziotte, assistenti sociali, maestre, arbitri, infermiere, combattenti, guerriere. Siamo tutto questo e anche di più, senza aver preso lauree o diplomi. Sempre presenti, prima e dopo l’8 marzo. Non siamo un’associazione, non abbiamo un logo, una bandiera. Signori miei, queste siamo noi, siamo le donne.

4 commenti:

  1. Ministra e Sindaca, la parità femminile passa per il linguaggio.
    Attenzione alle parole, le parole sono importanti, per citare Palombella Rossa. Il linguaggio è espressione sociale, segue l'evoluzione dei cambiamenti, testimonia il tempo. La piena parità passa anche per la grammatica e questo è un tema che da qualche anno si è posto: aggiornare i termini, non darli per scontati al maschile è uno sforzo necessario, richiesto oggi più di ieri. Non farlo è una resistenza culturale che va combattuta come più volte ha detto la presidente della Camera Laura Boldrini secondo la quale "Il rispetto passa anche dalle restituzione del genere" . Su questo ha fatto una battaglia istituzionale inviando una lettera due anni fa a tutti a tutti i deputati per invitarli a rispettare la parità di genere linguistica quando parlano di deputate e ministre donne, evitando di riferirsi a loro con titoli maschili. In Italia si fa ancora fatica ad accettare termini come “Sindaca”, termine che a sua volta ha trovato posto sui giornali, nella sua versione “maschile”, in titoli come “Il sindaco di Cosenza: aspetto un figlio! Il segretario Ds: Il padre sono io”. Quando la realtà si fa strada, solitamente anche la lingua (lentamente) si adegua. Ed ecco che appare addirittura un breviario sull’uso corretto di termini quali “Ministro/Ministra”, “Sindaco/Sindaca”. E se alcuni termini come “architetto, ingegnere, deputato” restano ancora strettamente legati al genere grammaticale maschile, l’organo ufficiale della lingua italiana, l’accademia della Crusca, consiglia di aggiornarsi.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazia Nonis risponde:
      Per la Presidente della Camera Laura Boldrini: “Le donne rivestono ruoli importanti, quindi bisogna declinare al femminile questi incarichi.” La Presidente, non nuova a questo tipo di iniziativa e autonominatasi rappresentante di noi donne, pretende di cambiare la nostra grammatica convinta che, modificando il genere, si acquisiscano automaticamente quei diritti che invece son lungi dall’esser tali. Vuol farci intendere che noi donne si “debba essere più traumatizzate” dal nome professionale di un lavoro che non dal fatto di non averlo. Dovrebbe sapere che sono ben altre le battaglie di cui si potrebbe occupare per far valere le nostre ragioni. Che qualcuno le dica di non perdere il suo tempo, ed i nostri soldi, interpellando docenti di linguistica italiana al solo scopo di coniare nomi ridicoli per mestieri che noi donne già svolgiamo. Che essi terminino in A o in O.

      Pare non le basti nemmeno poter anteporre l’articolo femminile davanti a Capotreno, Capostazione, Fabbro, Arbitro, Architetto o Elettrauto. Dobbiamo passare notti insonni scervellandoci sulla possibilità di cambiarli in Capatreno, Capastazione, Fabbra, Arbitra, Elettrauta o Architetta(?) Forse la Presidente ambisce ad entrare nei libri di storia come la Giovanna d’Arco della lettera A, oppure la pioniera del nuovo dizionario Boldriniano o, addirittura, l’esperta tra gli esperti dell’Accademia della Crusca. Magari col titolo di Laura La Magnifica.

      Strano non le sia ancora balenata l’idea di coniare un articolo unico per entrambi i generi. Potremmo cancellare la, le, lo, gli, un, una e uno dando via libera alla distruzione delle differenze. Abolendo la A e la O al termine delle parole metteremmo al rogo i tabù che ci ancorano al medioevo: il Suo.

      Da chi ricopre cariche istituzionali di tale livello, dovremmo pretendere più attenzione verso quelle donne che quotidianamente vengono picchiate, schiavizzate, segregate, umiliate o mummificate da un telo che le imprigiona. Quelle che del “linguaggio del genere” non gliene frega niente. Quelle che continuano a essere sfruttate a casa o sul lavoro anche se la loro qualifica termina in “a” e non in “o”. Basta con le imposizioni e i deliri di un bon ton linguistico che si ferma alla sola apparenza. Noi donne dovremmo pretendere un referendum per poter scegliere chi deve rappresentarci. Basta imposizioni, basta spocchia!

      Elimina
  2. Ministra e Sindaca, la parità femminile passa per il linguaggio.
    Cosa accade altrove? Da Babbel, la app per parlare le lingue, arriva un'analisi sull'evoluzione di alcuni termini quando una donna è arrivata a ricoprire una carica molto alta attraverso le notizie dei media in alcuni paesi.

    Francia
    In Francia è molto difficile perpetrare cambiamenti di questo genere. È infatti l'Académie française, l’organo principale della “salvaguardia della lingua” che, diversamente dal suo parallelo in Italia, vi si oppone ufficialmente. Per rendere quindi il termine “Ministra” si aggiungerà “Madame” a “il ministro,” creando un ibrido curioso come “Madame le ministre” (signora il ministro).
    Il dibattito però esiste e sempre più spesso il termine “Madame la Ministre” (signora “la” ministra) viene usato anche in occasioni ufficiali a dimostrazione che quando la realtà cambia anche la terminologia si adatta.

    Germania
    La lingua tedesca aggiunge in generale un suffisso al termine maschile, normalmente -in. Ad esempio avvocato sarà “Anwalt” per il maschile e “Anwältin” per il femminile. Per titoli accademici però resta ancora il termine maschile preceduto da un “Frau” (signora). Il titolo accademico di “Dottore di ricerca” sarà quindi “Frau Doktor” e non “Doktorin”.
    Quando Angela Merkel è diventata Cancelliera anche i giornali non erano più tanto sicuri: dovevano chiamarla “Frau Bundeskanzler” o “Frau Bundeskanzlerin? In fondo era la prima volta che succedeva. Da subito Angel Merkel ha chiarito qualsiasi dubbio: lei era la “Frau Bundeskanzlerin” (Cancelliera). Una curiosità: anche nella conservatrice Francia si sono adattati col tempo all’uso della traduzione letterale “Madame la Chancelière”. Il problema? Il termine “la Chancelière” non aveva in francese questa accezione, ma significava la moglie del cancelliere o… uno scaldapiedi. Cambia la società, cambia l’uso delle parole.

    Polonia
    Il femminile delle professioni si forma normalmente aggiungendo il suffisso -ka alla forma maschile: “nauczyciel - nauczycielka” (maestro - maestra). Il problema diventa visibile quando si scopre che lo stesso suffisso è usato anche per la forma diminutiva: kawa - kawka (caffè - caffettino). E così fa notizia quando una donna in politica come Joanna Mucha, ministro polacco dello Sport e del Turismo dal 2011 al 2012, decide di non usare il termine convenzionalmente accettato di pani minister ( “signora ministro”) ma la versione femminile “ministra” (ricalcata dal latino) snobbando anche il possibile neologismo ministerka (sebbene inesistente tanto quanto ministra), per non incorrere nel diminutivo.

    Brasile
    La maggioranza dei prefissi in portoghese presenza una distinzione tra maschile e femminile. Alcuni termini si riferiscono però ad entrambi i generi, ad esempio parole che terminano in “ente”, “ante”, “inte” e “ista”.
    Alcune professioni che storicamente non avevano un parallelo al femminile non hanno tuttora un suffisso femminile. Il termine “presidente” però, come da regola, non avrebbe bisogno di un termine extra, dato che esiste ed è corretto il termine “a presidente”. Esiste anche una corrente che accetta la versione “a presidenta” e il fatto che l’ex presidentessa del Brasile Dilma Roussef abbia deciso di scegliere quest’ultima acquista una connotazione politica che non è sfuggita ai media.

    RispondiElimina
  3. ▄▀▄▀▄▀▄▀▄▀▄▀▄▀▄
    ▄▀▄███▄▀▄███▄▀▄
    ▄█████████████▄
    ▄██ ████▄
    ▄▀███████████▀▄
    ▄▀▄▀███████▀▄▀▄*FELIZ DIA DE LA MUJER*
    ▄▀▄▀▄▀███▀▄▀▄▀▄
    ★MaRiBeL★
    http://yomismaokk.blogspot.com.es/

    RispondiElimina

freeskipeer è uno spazio libero. L'immediatezza della pubblicazione dei commenti non permette filtri preventivi. Per questa ragione chi commenta è il solo responsabile del contenuto delle proprie affermazioni. freeskipeer si dissocia da eventuali messaggi lesivi di diritti di terzi.

freeskipeer si dissocia categoricamente da:
- messaggi con linguaggio offensivo
- messaggi che contengono turpiloquio
- messaggi con contenuto razzista o sessista
- messaggi il cui contenuto costituisce una violazione delle leggi italiane (istigazione a delinquere o alla violenza, diffamazione, ecc.)