Esistono ancora gli intellettuali?

di Yvan Rettore. Sicuramente non c'è mai stata una componente così colta di esseri umani come nella nostra epoca. Ma si può dire che basta essere istruito per essere un intellettuale?! E poi cosa significa essere un intellettuale?! In una società dominata da tuttologi e opinionisti è davvero difficile trovare ancora degli intellettuali proprio perché queste persone risultano piuttosto umili ed evitano di parlare a vanvera. Se lo fanno è perché hanno davvero qualcosa di importante da dire e le loro dichiarazioni non risultano mai banali. E' ovvio che un intellettuale degno di questo nome deve avere un certo livello culturale, ma è altrettanto chiaro che puoi avere
tutte le conoscenze di questo mondo senza riuscire automaticamente ad elaborare concetti autenticamente innovativi e idee originali da proporre alla collettività in cui vivi. L'intellettuale ha il dono di "leggere" la realtà in modo più profondo rispetto alle persone comuni e di individuare le cause di certi fenomeni sociali, politici e culturali che sfuggono ai più. Questa notevole capacità presenta però degli aspetti negativi perché porta all'isolamento sociale e culturale in quanto vengono rivelate cose scomode e a volte di non facile comprensione. Per questo motivo, gli intellettuali sono spesso individui malinconici, lunatici e insofferenti alle autorità e regole esistenti. Sono amanti assoluti della libertà e emancipazione dell'essere umano in tutti i sensi e soffrono nel vedere che la massa non riesce a liberarsi dalle proprie catene preferendo rintanarsi in forme squallide di schiavitù che però hanno il "vantaggio" di vivere deresponsabilizzandosi. Si potrebbe dire che l'intellettuale vive un eccesso di responsabilità sociale che in taluni casi può portare anche a forme di follia. Ma un intellettuale è chiamato ad andare oltre l'analisi della realtà dei fatti e delle cose e a proporre soluzioni autenticamente innovative per l'insieme della collettività. E forse è proprio questa l'attività più logorante e allo stesso tempo più stimolante, perché rappresenta l'esaltazione non tanto del suo sapere quanto piuttosto della sua saggezza e capacità di usare il buon senso al posto degli istinti "animaleschi" e atteggiamenti socialmente distruttivi che ancora risultano purtroppo dominanti in ogni società umana. Gli intellettuali possono essere ammirati e lodati, ma mai amati, tanto è vero che il patrimonio straordinario delle loro riflessioni e proposte viene riconosciuto più da morti che da vivi. Pasolini e Gramsci, i più grandi intellettuali che l'Italia abbia mai avuto ne sono la dimostrazione concreta! Oggi, forse uno dei motivi della profonda decadenza del modello occidentale (e in particolare della società italiana) risiede proprio nel fatto che non vi sono quasi più intellettuali degni di questo nome!

1 commento:

  1. INTELLETTUALI: CHI SONO?
    L’indefinitezza è già nel termine di quella che è una figura così particolare della società, ossia l’intellettuale.
    Ma chi è veramente l’intellettuale, al di là che stia chiuso nel silenzio della sua vita o si butti nella mischia magari lottando per un’utopia?
    Le interpretazioni sono varie, quanto le idee.
    Un’ipotesi è che sia colui che non fa un lavoro fisico, da immaginarsi con una pila di libri e giornali sotto braccio che passeggia con la testa fra le nuvole, pensando che non val la pena di affrontare il mondo perché, tanto, nel confronto ha già perso.
    L’altra, sulla stessa scia, che sia uno che fa un mestiere non codificabile in nessuna categoria. Per fare un esempio: all’anagrafe la parola «intellettuale» da mettere sulla carta d’identità come professione, non esiste.
    Nel caso lo siate, non fatevi venire una crisi di nervi: neanche lo storico dell’arte per l’anagrafe esiste. Consiglio: buttarsi su pubblicista, giornalista e, nel migliore dei casi, scrittore.
    Poi ci sono i vari tipi di intellettuali: uomini d’azione o contemplativi. 
    Si parte dalla coppia ossimorica Dante e Petrarca, l’uno collerico che nella pur sua non-azione riusciva comunque a rompere, e tanto anche, le scatole a tutti, l’altro dal carattere diplomatico e cresciuto nelle delizie della corte di Avignone.
    Diversi ma intellettuali. Su questo non c’è dubbio. Della stessa categoria, con sicuramente molta più azione, il Vate, ossia D’Annunzio.
    Intellettuale d’azione «finto» era di sicuro Curzio Malaparte che quando si innamorava si concedeva solo una volta alla settimana per non guastarsi il fisico ma vero per il suo narcisismo, che pare sia una caratteristica comune a tutti gli intellettuali.
    Capostipite dei contemplativi fu sicuramente Guillaume Apollinaire, che passava giornate steso nella sua cuccia fatta di cuscini orientali in morbido velluto.
    Ma il punto apicale di questa categoria è Proust per cui tutto doveva esistere nella fantasia e nulla nella fatica fisica.
    Eppure Paruta, storico, diplomatico e politico, già intorno al 1570 scrivendo «Della perfezione della vita politica», sosteneva che il punto d’incontro tra la vita contemplativa e l’azione è proprio la vita politica. Ma non quella di oggi, ovvio.
    Ad ogni buon conto esiste anche l’intellettuale disincantato, un vero fenomeno italico. Basta guardare la commedia all’italiana, i film di Sordi in primis, in cui nulla potrà mai migliorare. L’esatto contrario della filmografia americana, dove chi ha ragione avrà ragione per sempre: per credere guardare Ufficiale e gentiluomo con Richard Gere.
    Strisciante come un serpente spunta un interrogativo.
    Ma allora, come deve essere l’intellettuale?
    Bella domanda. Piacerebbe fosse sempre libero, perché non è la libertà che manca ma gli uomini liberi, quelli forse sì.

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