mercoledì 15 marzo 2017

Opzione donna: non viene scelta perché conviene, ma perché non ci sono alternative.

di Alessandra De Angelis e Patrizia Del Pidio. Quando il governo intende confermare la convenienza dell’opzione donna, lo fa spesso portando i numeri: e in effetti è innegabile che sono molte le lavoratrici che scelgono questa via, nonostante la penalizzazione sull’assegno, per la pensione anticipata. Ma basta questo dato statistico a dimostrare che l’opzione donna conviene?
Non è di questo parere, ad esempio, la sociologa della famiglia Chiara Saraceno che, ha spiegato come la misura messa a punto dal governo per le lavoratrici prossime alla pensione sia una “Una bella fregatura per le lavoratrici. Possono certo andare in pensione prima, ma a spese loro”. Ricordiamo che l’opzione donna permette di ottenere la liquidazione della pensione interamente con il metodo contributivo estesa a chi abbia compiuto 57 anni (se lavoratrici dipendenti) o 58 se autonome. In altre parole l’ottenimento dell’assegno mediante requisiti più favorevoli non è senza costi e a pagare sono proprio le dirette interessate. La sociologa spiega in un altro modo la grande partecipazione delle donne a questa misura: il sistema welfare carente nel nostro Paese. Il 40% delle donne è costretta a lasciare il lavoro per prendersi cura della casa, dei genitori anziani etc con una anzianità di servizio tra i quattro e i dieci anni (spesso peraltro in modo discontinuo per maternità). La penalizzazione per l’opzione donna va dal 25 al 40 per cento dell’importo. Riconoscere alle donne i sacrifici fatti per il lavoro a casa non è solo una questione morale di parità di genere ma garantirebbe anche un risparmio per le casse dello Stato: stando ai dati Auser infatti sono circa 15 milioni le persone, molto spesso donne, che si occupano dell’assistenza a figli, nipoti, parenti con disabilità e anziani andando di fatto a compensare le carenze delle istituzioni. Per la pensione donna 2017, a partire da maggio, avrà, anche alla luce di questa riflessione, senso chiedersi se conviene l’opzione donna o l’uscita anticipata tramite APE? Innanzituutto, per le lavoratrici che hanno già presentato la domanda di pensionamento scegliendo il regime sperimentale 'Opzione donna' è possibile tornare indietro revocando tale domanda dopo l’approvazione dell’anticipo pensionistico e dell’Ape che entreranno in vigore dal prossimo 1 maggio? L’Opzione donna, se esercitata al momento del pensionamento è irrevocabile: coloro che hanno, quindi, già ottenuto la liquidazione della pensione con tale opzione non possono revocare la scelta fatta aderendo, per esempio all’Ape. L’unico modo per poter rinunciare alla domanda di pensione presentata, prima dell’avvenuta liquidazione della stessa, è ritrattare la domanda di pensione. Una volta liquidata le pensione, però, la domanda di pensionamento è irrevocabile. Per tutte le lavoratrici, quindi, che non hanno ancora effettuato la scelta se aderire o meno all’Opzione donna, è bene soppesare le alternative che la Legge di Bilancio 2017 offre per capire quale maggiormente conviene. L’interesse su questa scelta è rivolto soprattutto alle lavoratrici nate tra il 1952 e il 1955, quelle che a partire dal 1 maggio, per intenderci, potranno chiedere l’Ape volontario o l’Ape sociale a patto di aver compiuto 63 anni. E’ bene tenere presente, da questo punto di vista, che l’Opzione donna prevede il ricalcolo della pensione interamente con il metodo contributivo (con una perdita stimata di circa il 30% dell’importo dell’assegno pensionistico per sempre), mentre usufruendo dell’Ape, in determinate condizioni, sarebbe possibile fruire dell’Ape sociale che non prevede alcuna decurtazione sull’assegno pensionistico una volta raggiunta l’età pensionabile. Inoltre, con l’Ape sociale, anche se si riesce ad erogare un massimo di 1500 euro lordi, bisogna sempre tenere presente che, una volta raggiunta l’età pensionabile, la lavoratrice otterrebbe la pensione piena senza alcuna decurtazione e calcolata con le regole miste e, quindi, in maniera più favorevole.

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