APE, pensione anticipata? Sì, facendo un mutuo in banca!

di Luca Battistoni. L'ulteriore regalo renziano a banche e assicurazioni è, come direbbe Fantozzi, "una cagata pazzesca" e, aggiungo, una vera e propria presa per i fondelli: il prestito pensionistico! Prendere cioè un mutuo ventennale (ipotecario!) per anticipare l'uscita dal lavoro e andare in pensione. Geniale! Ma come ha fatto questo Paese a cadere così in basso?
Con un po' più di onestà e capacità intellettuale da parte dei nostri governanti si poteva allora pensare, secondo me, ad una pensione anticipata rateizzando il TFR che oggi viene corrisposto dopo oltre due anni dall'uscita dal lavoro. Con questo sistema si poteva dare la possibilità di uscita anticipata utilizzando rate del TFR e, come agevolazione, si poteva ridurre drasticamente la tassa di prelievo sul TFR stesso. L'anticipo poteva, quindi, essere calcolato a seconda dell'importo del TFR da destinare. Probabilmente ci sarebbe stata una maggiore risposta dei lavoratori dipendenti e ciò avrebbe aiutato a ridurre drasticamente il numero dei lavoratori della P.A. e le spese in tale settore. Parte del risparmio poteva poi essere investito sulle attività giovanili (senza quindi ricominciare ad assumere) e sul rafforzamento logistico e di controllo della P.A.

5 commenti:

  1. Ape, perché non mi convince la pensione anticipata col mutuo.
    Dal cilindro del prestigiatore, al tavolo del confronto Governo-Sindacati, è uscita la proposta che consentirebbe di andare in pensione con due o tre anni di anticipo senza toccare la riforma Fornero.
    Il meccanismo, per la verità già preparato dall’ex ministro del Welfare Giovannini ai tempi del Governo Letta, prevede che il lavoratore contragga un prestito: il provento che incassa gli servirà per campare i due o tre anni che gli mancano prima di avere la pensione. A quel punto, comincerà a rimborsare il prestito, per vent’anni.

    In pratica, ci si fa anticipare da una banca o da un altro istituto finanziario una somma che sarà garantita dalla pensione: è una sorta di “mutuo sulla pensione”. Come l’ipoteca sulla casa garantisce il rimborso delle rate, così accadrebbe sulla pensione. Il problema è garantirsi che il mutuatario campi abbastanza a lungo: immaginando che il lavoratore contragga il prestito a 63 anni, e che riceva il primo rateo di pensione a 66 anni, finirà di rimborsare il prestito ad 86 anni.

    Il rischio che il “pensionato mutuato” non sopravviva abbastanza a lungo per rimborsare tutto il debito contratto innescherà l’intervento di una assicurazione: e così oltre al capitale, con gli interessi, per rimborsare il prestito ci sarà da pagare anche un premio assicurativo contro il rischio della premorienza.

    Comunque la si giri, sembra proprio che sia il business finanziario-assicurativo a spingere la proposta: le banche, oggi, non sanno più a chi prestare i soldi. Non alle aziende, ché magari falliscono; non ai lavoratori, ché magari perdono il posto. E poi, non sanno su che cosa rivalersi, tra le aste immobiliari deserte e le garanzie che scemano di valore: se pure si erano fatte dare in pegno delle azioni, con la fibrillazione in Borsa degli ultimi mesi, valgono molto di meno.

    Ai tassi di interesse praticati in tempi normali, su un mutuo immobiliare a 20 anni una banca incassa il doppio di quanto ha prestato. Con il mutuo sulla pensione pensano di aprire un nuovo bingo.

    Un bel “mutuo sulla pensione” è davvero una ideona: le banche sono contente, perché si passa tutta la vita a pagare rate; prima per comprarsi casa, poi per andare in pensione un paio d’anni prima. Poi, per pagare le tasse sull’eredità, il randello che gira vorticosamente da tempo sulla nostra testa.

    Magari, anche stavolta finirà come la norma che prevede la possibilità di mettere il TFR in busta paga, che quasi nessuno ha accettato.

    Gli italiani sono un popolo mal visto dalla comunità finanziaria: si indebitano poco, per principio. Per spezzarci le reni si sono dovuti inventare il debito pubblico gonfiato dal divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia e la speculazione finanziaria sugli spread negli anni scorsi.

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  2. BAMBOCCIONI PER SEMPRE: "NEL 2020 AUTONOMI A 40 ANNI, NEL 2030 A 50"!
    Allarme giovani: secondo uno studio della fondazione Bruno Visentini presentato alla Luiss, un ventenne nel 2020 impiegherà 18 anni per rendersi autonomo, nel 2030 avrà bisogno addirittura 28 anni, diventando dunque 'grande' a 50 anni.

    Nell'ambito delle soluzioni proposte, lo studio della Fondazione Visentini ipotizza il coinvolgimento - per tre anni, in un vero e proprio «patto tra generazioni» di circa due milioni di cittadini pensionati «sottoscrittori», chiamati a contribuire allo sviluppo di un altrettanto elevato numero di 'Neet' (i giovani non impegnati nello studio, né nel lavoro, né nella formazione).

    Tutto ciò - continua lo studio - si può raggiungere «attraverso incentivi fiscali e la creazione di un adeguato Fondo di solidarietà per le politiche giovanili in grado di rifinanziare molte delle misure messe in campo dal Governo e mappate nel rapporto, nonché misure straordinarie di contributi e la creazione di strumenti finanziari in grado di moltiplicare l'effetto e sostenere la strategia delineata, mirante a sostenere quantomeno il costo che il nostro Paese sostiene per i Neet».

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  3. io non capisco perche' non possa provvedere direttamente l'inps..
    dal momento che puo' addirittura dare prestiti come leggo da giorni pubblicita' nei quotidiani.
    ma non era meglio la proposta Damiano ? PERDERE UNA PERCENTUALE
    OGNI ANNO CHE SI ANTICIPA...senza interessi senza banche senza assicurazioni..
    ma qui il guadagno dove era??

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    1. certo che era meglio......ma come detto ...il guadagno dove stava ??
      in un paese civili..si va' incontro al cittadino..vergogna!!!

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  4. Nei Paesi civili si tutelano i cittadini. In Italia, dove ognuno pensa ai caSi propri, lo Stato fa gli interessi dei ricchi e potenti!

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