Fine vita: il problema ancora prima che di una 'morte dignitosa' è di una 'assistenza dignitosa'!

di Gerardo Lisco. Leggo dai giornali che è in dirittura d'arrivo l'approvazione della legge sul "fine vita". Pur condividendo lo scopo della legge mi restano molti dubbi e perplessità. Il diritto a scegliere di morire piuttosto che continuare una vita che, forse, in presenza di una malattia gravissima non vale più la pena di essere vissuta, è sicuramente un diritto di libertà che è anche un diritto di proprietà rispetto alla propria esistenza e al proprio corpo.
Le questioni che generano i miei dubbi sono altre. Si parla di diritto alla "buona morte", ma la morte può essere buona o cattiva o è, invece, solo un fatto ineluttabile che prima o poi toccherà a tutti e che sancisce il principio che l'essere umano non è affatto proprietario della propria esistenza dal momento che questa è un fatto naturale e perciò incontrovertibile. Ciò che mi lascia perplesso è il perchè una persona scelga il suicidio, perchè al di là delle etichette politicamente corrette, di questo si tratta. Vedendo persone come Stephen William Hawking, solo per citare uno famoso, penso che il problema ancora prima che di una "morte dignitosa" sia di una "assistenza dignitosa", sia cioè strettamente legato al Welfare. Sono anni che assistiamo impassibili allo smantellamento dello Stato Sociale cioè di tutte quelle forme di protezione sociale, tra le quali la Sanità e la cura, in nome della riduzione della spesa pubblica e in nome dell'efficienza del mercato. In Italia 11 milioni di persone hanno rinunciato a curarsi. L'età media della vita, per mancanza di prevenzione sanitaria, si è ridotta. Di fronte ad una società che tende ad impoverirsi, con il Welfare che sta diventando sempre di più un fatto privato, come si evince dai molti CCNL rinnovati di recente i quali invece di mettere denaro nelle buste paghe forniscono polizze malattia tramite le aziende, il dubbio che mi viene è che la scelta di morire dipenda in primo luogo dal contesto nel quale molti malati vengono a trovarsi. Nella stragrande maggioranza dei casi, la mia impressione è che queste persone vengano lasciate sole di fronte al dramma con la sola famiglia a sostenerli e ad assisterli. Famiglie spesso e volentieri che non hanno risorse tali da poter far fronte a un dramma di questo genere. Penso che il diritto a scegliere di morire di fronte a certe situazioni vada garantito, ma penso anche che la persona che soffre vada messa nelle condizioni di poter avere la migliore forma di assistenza. Non vorrei che il "fine vita" si traduca nella scelta disperata di colui che non avendo risorse tali da poter accettare di vivere una parte della propria vita in condizioni non ottimali si vede costretto a scegliere di mettere fine alla propria esistenza previo pagamento di un ticket sanitario. A sostenere questa battaglia vedo molti esponenti radicali. Non dimentico che molti esponenti del partito radicale sono per il libero mercato, lo smantellamento dei servizi pubblici e quindi del welfare, sono in sostanza per l'affermazione di una libertà individuale che molto spesso è contro la società e la coesione sociale.

1 commento:

  1. Che cos’è dignitoso? Che cosa significa dignità? Scommetto che se ci venisse chiesto così, a bruciapelo, di dare significato a questa parola saremmo in difficoltà, chiederemmo forse di poter fare qualche esempio concreto e finiremmo per darne una versione molto personale. Perché quello di dignità è un concetto soggettivo e mutevole nel tempo, anche grazie alla straordinaria capacità dell’essere umano di integrare dentro di sé il limite, adattandosi ad esso.
    Ecco perché parlare di morte dignitosa significa concentrare l’attenzione sulla dignità della vita che volge al termine. Non c’è dignità senza rispetto del soggetto e non ci può essere rispetto senza ascolto di chi abbiamo davanti. Passa tutto da lì, dal bisogno che ciascuno di noi ha di continuare ad essere riconosciuto come soggetto sino alla fine.

    L’ospedale non crea le condizioni per fare questo (ne parla in questo articolo La Stampa) e non mi stupisce che gli infermieri se ne accorgano più dei medici. Le ragioni sono molteplici. Addurre, come spesso accade, l’organizzazione come causa prima non risponde però al vero. Manca la formazione per accompagnare le persone morenti ma manca ancora prima una cultura che renda possibile – ai curanti prima che ai curati – di riconoscere la morte come parte della vita.

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