mercoledì 19 aprile 2017

La polemica dell'agnello, frotte di carnivori pentiti trasformatisi in mangiatori di tuberi e semi di papavero!

di Grazia Nonis. Appartengo ad una generazione in via d’estinzione. Quella di mia nonna in carriola, di Carlo Cudega e dei tanti “Ah, ai miei tempi...”. Quella dell’aia circondata da polli e galline, della mucca nella stalla, la conigliera, il maiale, l’odore di letame, granturco, erba tagliata, i profumi dell’orto, dei fiori, delle piante da frutto, del tepore di uova appena raccolte; l’abbraccio bambino a paperelle e pulcini; la nascita di un vitello umido e tremolante; la nonna che mungeva, imprecava e mungeva , mentre la vacca le sfiorava e spostava il fazzoletto che ella usava per proteggersi il capo. Calore, odore di stalla. Fieno e paglia tra le pareti di malta e sassi di fiume. Antichi testimoni di raduni famigliari.
Mormorii e discorsi di borgata, di semine, di lune, di raccolti, di pianti adulti e neonati. Di fame, di guerre, di invasori, di coprifuoco, di razzie, di amori. Oggi, di roboanti silenzi. L’aia. Ancora lì, poiché tutto lì si svolgeva. In quell’insieme di attrezzi, fontane, stie, carriole, secchi e tini, si ammazzava il pollo, la gallina o il coniglio per la domenica. Mani di uomini e donne che si tramandavano un’usanza, una tradizione e la loro stessa vita, lavoravano senza sosta tra secchi d’acqua bollente, piume, zampe, e interiora. Sempre lì, in quello spazio semi aperto, si uccideva il maiale, che con tanta cura e dedizione era stato cresciuto, accudito e pasciuto con avanzi di casa e pastoni di semola cotti sulla cucina a legna. Il suino divorava frutta, verdura, e persino le bucce del cocomero che i bimbi facevano cadere nel trogolo di pietra. La sua morte era salvezza, cibo, futuro, tradizione, allegria e famiglia. Di padre in figlio, di generazione in generazione. Un passato che si è infilato tra i cromosomi del loro Dna contadino, che quasi mai s’adegua, si modifica, cambia. Stupiti, oggi osservano giovani animali infiocchettati e coccolati da vegetariani, vegani e animalisti scesi in piazza abbracciati ad agnelli e capretti, in compagnia di Berlusconi belanti con o senza biberon. Alcuni con vesti lordate di sangue, per convincere, in maniera teatrale e un po’ sciocca, quanto sia crudele sgozzare un quadrupede neonato per farne gustose costolette. Tra loro, frotte di carnivori pentiti trasformatisi in mangiatori di tuberi e semi di papavero, dichiarano di bandire dalle loro tavole ogni traccia animale. Altri respingono l’agnello ed optano per il vitello, la manza o il tacchino, tacitando così la loro ovina ma ipocrita coscienza.

1 commento:

  1. Cara Grazia, comprendo il tuo pensiero e apprezzo la tua capacità di dipingere un bel quadro bucolico con parole suggestive, ma voglio suggerirti un'altra angolazione di pensiero. Io non sono cresciuto in campagna, però vi andavo a trovare i miei nonni: avevo 5-6 anni quando ho visto uccidere dei conigli, di cui ho sentito gli urli, ho fissato nell'agonia i loro occhi, vivaci mentre sporgevo loro dei fili d'erba, e pochi minuti dopo sbarrati, in quei corpi divenuti inerti, appesi a testa in giù, col sangue che gocciolava a terra. Lì ho capito che, per me, il gusto di mangiare carne non meritava di arrecare quella sofferenza, di spegnere quegli spiriti così vitali, ho capito che il prezzo era troppo alto per la MIA coscienza. Poi mia figlia è onnivora e la amo sopra ogni altra cosa al mondo, io sono vegetariano e non vegano, so che la condizione dell'uomo su questa terra è necessariamente di compromesso, ma sono anche convinto che la nostra aspirazione finale è quella dell'amore incondizionato, e che con l'evoluzione dell'uomo questo sentiero assume differenti forme, e persino i vegani diverranno una tappa intermedia. Duemila anni fa, era considerato normale recarsi al Colosseo e godersi lo spettacolo violento dei gladiatori, dei massacri dei martiri cristiani, delle stragi delle fiere: eppure sono certo che anche allora ci fossero persone che detestavano questi spettacoli, probabilmente derise dagli altri, e la maggior parte di questi uomini ammirevoli uccidevano animali (solo x mangiare); io mi inchinerei davanti a loro, anche se già allora alcuni avevano una sensibilità ancora più estrema (vedi testimonianze dei 'pitagorici', buddisti ecc.). Oggi penso che un vegetariano incarni un livello normale di sensibilità, ma seguendo le tendenze di sviluppo sociale, penso che tra un secolo risulterà addirittura inspiegabile come abbia potuto esistere un sistema di uccisione di esseri viventi superiori basato per di più sulla tortura degli allevamenti in batteria e dei macelli-catena di montaggio: incarneremo allora la figura dei barbari di fronte ai nostri trisnipoti! ferrandomau@libero.it

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