A 25 anni da Capaci.

di Paolo Cirino Pomicino. Il venticinquesimo anniversario della strage di Capaci in cui morirono Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e i suoi giovanissimi agenti di scorta è stato giustamente ricordato da tutte le maggiori autorità del paese, a Roma come a Palermo, e da tantissimi intellettuali ed opinionisti così come da molte manifestazioni pubbliche. Lo ricordiamo anche noi avendo avuto il privilegio
di conoscerlo perché venne a svolgere le funzioni di direttore degli affari penali presso il ministero di Giustizia guidato da Claudio Martelli nel governo del "noto mafioso" Giulio Andreotti. L'onore che sento di dovergli dare per quel che ha dato al paese è innanzitutto raccontare molte cose che quasi nessuno ricorda, probabilmente per dimenticanza! Giovanni Falcone a metà del 1989 avvertì il governo Andreotti tramite il ministro Mannino di cui era buon amico (Mannino addirittura scrisse un articolo sul giornale di Sicilia) che stavano per scadere i termini di carcerazione preventiva per i mafiosi del maxi processo che aveva attivato insieme a Paolo Borsellino. Andreotti a tarda sera varò su proposta di Giuliano Vassalli, ministro di grazia e giustizia, il famoso decreto con il quale venne raddoppiato il periodo di carcerazione preventiva per gli imputati di associazione mafiosa. A tale decreto si oppose in parlamento con una violenza verbale inusitata visto l'argomento, Luciano Violante a nome dell'allora partito comunista di Achille Occhetto ritenendo che quei mafiosi potevano essere controllati anche fuori dal carcere (sarebbe utile leggere lo stenografico parlamentare per comprendere molte cose). Naturalmente il decreto passò con il solo voto del centro sinistra ed i mafiosi rimasero in carcere (se il ricordo non ci tradisce qualcuno era già uscito e fu riarrestato la stessa notte) e così il lavoro di anni di Falcone e Borsellino non fu vanificato. Naturalmente vi sono atti parlamentari che hanno cristallizzato i comportamenti di ciascuno e gettano ancora oggi un’ombra lunga sui racconti che si fanno della lotta alla mafia. A guardarci bene molti di quelli che oggi ricordano con commozione enfatica Giovanni Falcone lo hanno criticato ed osteggiato negli anni a cavallo tra gli anni ottanta e novanta quando, ad esempio, la sinistra politica e giudiziaria gli impedì di guidare la direzione nazionale antimafia, una sua creatura fortemente sostenuta e decisa dal governo Andreotti nel 1991 quando lo stesso Falcone si era già trasferito da alcuni mesi al ministero della giustizia con Claudio Martelli. Il rapporto tra Falcone ed Andreotti, peraltro, era molto intenso tanto che già nel febbraio 1989 Falcone, accompagnato da Salvo Lima, si recò nello studio di Andreotti in piazza in Lucina per spiegargli il motivo per cui aveva inquisito il pentito Pellegriti che aveva indicato proprio in Lima il mandante dell'omicidio di Piersanti Mattarella tentando così di inquinare le indagini. Di questo incontro fummo testimoni oculari e lo testimoniammo in uno dei processi Andreotti a Palermo. È strano che Falcone non sapesse che Andreotti fosse mafioso come poi sostennero Caselli e Violante!! O forse sapeva che non lo era come poi spiegarono i magistrati giudicanti. Ma andiamo avanti nel ricordare qualche altra cosa che molti non dicono o non ricordano (a volte la memoria è così fragile!!!). Quasi tutti gli assassini di Falcone sono usciti dal carcere (alcuni come Calogero Ganci e Mario Santo di Matteo già prima del 2000) grazie ai programmi di protezione il cui lassismo negli anni novanta fu tale che il parlamento a furor di popolo fece nel 2001 una legge per cui i mafiosi pentiti dovevano almeno scontare un quarto della pena e se condannati all'ergastolo almeno dieci anni. Intanto però moltissimi erano già usciti tanto che nel 2005, sulla scorta di una nostra interrogazione in commissione antimafia, riuscimmo con molta fatica ad avere il numero di quanti erano stati scarcerati sulla base dei programmi di protezione dal 1993 al 2005. Erano circa diecimila tra mafiosi, camorristi e ndranghetisti, un numero da capogiro che nessuno ricorda mai pur avendo negli anni dato a molti i documenti che lo testimoniano. Se oggi ricordiamo queste cose ed altre ancora non lo facciamo per polemiche retrodatate ma solo per amore di verità e per evitare che, come spesso ricordava Leonardo Sciascia, non si faccia dell'antimafia una sorta di professionismo da quattro soldi come pure hanno dimostrato in questi ultimi anni alcune indagini giudiziarie. Ma ricordiamo questi episodi anche perché il ricordo di Falcone non si esaurisca in una ripetitiva liturgia per alcuni finanche ipocrita e si trasformi, invece, in un fulgido esempio di lotta seria per la legalità in cui magistrati inquirenti siano sempre ossessionati, come diceva Falcone, dal valore della prova della colpevolezza ma anche dell'innocenza, come ordina peraltro la legge della Repubblica, senza cedere mai alla tentazione del pregiudizio e meno che meno a quella della notorietà e del protagonismo. Politica e giustizia hanno bisogno di trovare una nuova e più alta alleanza per combattere il malaffare mafioso e di ogni altro tipo e non fanno il bene del paese quelli che un giorno si ed un altro pure ci spiegano in televisione o sulla stampa quanto sia pessima la politica o quanti falsi facciano gli inquirenti. L'eredità di Falcone è proprio questa, un'alleanza forte e decisa tra politica e giustizia consente di colpire al cuore la criminalità senza lasciare sul terreno morti e feriti di persone innocenti. Falcone questa alleanza la praticò incessantemente ai livelli più alti e fu ucciso come lo fu Borsellino e fu un disastro per il paese i cui effetti devastanti ancora oggi sono sotto gli occhi di tutti.

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