Hamas: timido cambiamento?

di Salvatore Falzone. Il leader di Hamas Khaled Meshaal in Qatar ha presentato la nuova Carta fondamentale. Hamas è l’acronimo di “movimento di resistenza islamico”. Il suo fondatore fu lo sceicco Ahmed Yassin, il quale traghettò l’organizzazione dagli ’60 fino al 2004 in diverse fasi: fase di islamizzazione dal basso attraverso opere caritatevoli
e sociali; fase di penetrazione all’interno della società palestinese di Gaza; fase di lotta contro Israele, con la seconda intifada denominata di Al Aqsa, a suon di attacchi kamikaze. Il gruppo è considerato dagli Usa e dall’Unione Europea un’organizzazione terroristica. Hamas nel 2006 si presentava alle elezione legislative palestinesi vincendole come “cambiamento e riforma”, sfruttando abilmente le critiche di corruzione e le disillusioni della gente nei confronti di Al Fatah. Poco dopo cominciavano i problemi in seno all’Anp sul tema del controllo delle Forze di Sicurezza tra Presidenza dell’Anp e il governo retto da Ismail Haniyeh . In poco tempo le forze politiche si divisero, a suon di scontri, tra un’Autorità Palestinese in Cisgiordania e un governo di Hamas nella striscia di Gaza. Il movimento considera “la Palestina come territorio che va dal fiume Giordano sino al Mar Mediterraneo”. Pertanto ogni processo negoziale tra Olp e Israele è stato visto come un tradimento e una capitolazione. Eppure da quando Hamas ha assunto anche una veste politica, senza chiudere i propri rami militari sotto il suo controllo, i tentativi di timide aperture o comunque far presagire un possibile cambiamento hanno fatto la loro comparsa. Certo ci sono stati periodi di conflitti cadenzati nel tempo tra Hamas e l’esercito israeliano: dall’operazione piombo fuso a all’operazione margine difensivo. Subito dopo le elezioni legislative il Presidente Abu Mazen sottolineava che Hamas non era un movimento monolitico e che la partecipazione alla competizione elettorale avrebbe fatto assumere una nuova veste al gruppo. Poi davanti alle responsabilità di governo era Haniyeh a usare parole caute, difatti nel marzo del 2006 dichiarava: “Vorrei dire che noi di Hamas non siamo assolutamente contro gli ebrei in quanto tali. E siamo ben lontani dal voler perpetuare l’infernale cerchio di violenze e massacri che da decenni insanguina la nostra regione. Alcuni sostengono che con Hamas al governo dei palestinesi la situazione sarà destinata a peggiorare. Ma io dico l’opposto: proprio con noi si potrebbe trovare il punto di partenza per risolvere la crisi, basta non perdere l’occasione”. Anche Meshaal dichiarava qualche tempo dopo: “Tutti i gruppi, Hamas compreso, concordano su uno Stato palestinese entro i confini del 1967, con la piena sovranità sulle nostre terre, cosa che Oslo non contemplava… noi accettiamo la coesistenza di fatto di due Stati, liberi e indipendenti, Israele è una realtà, riconoscerlo assegnando legittimità all’occupazione questo non lo faremo.” Si arrivava così alla visita di Obama, all’inizio del suo primo mandato, in Medio oriente. In quella occasione era Ahmed Yusef, consigliere politico del governo, a inviare una lettera nella quale chiedeva una visita del Presidente americano a Gaza e sottolineava come il governo di hamas fosse impegnato a cercare una giusta soluzione del conflitto “senza entrare in contraddizione con la comunità internazionale”. In quella missiva non si parlava esplicitamente di riconoscere i confini del 4 giugno 1967, ma lo si lasciava sottointeso nel passaggio: “la Corte internazionale di Giustizia ha affermato nel luglio 2004 che la totalità della Cisgiordania, di Gaza e di Gerusalemme Est sono territori palestinesi occupati, pur essendo assegnati all’auto determinazione palestinese, e che le colonie ebraiche presenti nei territori palestinesi sono illegali”. In questi giorni la relativa svolta nel cambiamento del proprio statuto con l’accettazione esplicita dei confini del ’67. La nuova posizione di Hamas indica da un lato il tentativo di poter arrivare ad un’intesa politica con gli altri partiti palestinesi, specie Al Fatah favorevole al dialogo con Israele, dall’altro ritagliarsi uno spazio politico per partecipare ai procecci negoziali. E’ auspicabile un negoziato inclusivo di tutte le parti per addivenire ad un accordo che arrivi a sancire la nascita dello Stato palestinese che vivi a fianco di Israele. Resta da vedere la disponibilità di tutti gli attori a far emergere le parti moderate rispetto alle parti estremiste.

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