venerdì 26 maggio 2017

Il futuro che non c'è.

di Emilio Stagni. Cammina per le strade della città con una bottiglia di birra in mano, braccia tatuate, piercing. Si sente profondamente omologato con lo stile di vita dei suoi coetanei. La società in cui vive non gli appartiene e non gli interessa. Non apprezza il mondo che lo circonda, ma nemmeno lo contesta. Forse è uno studente. Non si pone il problema di cosa farà nella sua vita, dopo. Forse sta cercando da troppo tempo un lavoro,
ma da tempo ha smesso di darsi da fare per un obbiettivo che non fa più parte dei suoi orizzonti. Vive con i genitori. Non ha le possibilità economiche per mantenere una propria abitazione, ne tantomeno quello di crearsi una famiglia. Forse un giorno erediterà un appartamento e magari, con il reddito di cittadinanza, potrà continuare la propria esistenza senza meta. Negli anni cinquanta i giovani erano diversi, forse perché avevano la possibilità di sognare. Si chiamavano, ad esempio, Jack Kerouack, Allen Ginsberg, William Burroughs. Con la letteratura, la poesia, lo stile di vita venne alla luce un movimento che rifiutava le regole che la società di allora imponeva. Con la Beat Generation milioni di giovani sperarono in un futuro diverso da quello che i progenitori avevano preordinato per loro. Così come con il 68 parigino, altri giovani, per lo più studenti, insieme ad altre categorie sociali, dettero uno scossone alla classe politica al potere, attraverso proteste e sommosse di piazza. Il Maggio francese contaminò i giovani in tante città del mondo. Non voglio fare né il nostalgico né il detrattore di questi fenomeni socio culturali del passato. Fenomeni che si sono man mano diluiti nel tempo, ma che hanno lasciato in qualche modo un cambiamento nella nostra società. Si potrebbero citare altri esempi per dimostrare come i giovani siano sempre stati una forza trainante per ogni tipo di trasformazione, da quella culturale a quella sociale. L'enzima dei processi storici dell'uomo. Nel bene e nel male. Ma oggi, non sembra più essere così. Nessun sussulto, nessuna idea, nessun fremito. Nessun grido di rabbia si alza, nessun cenno di ribellione, ad eccezione di qualche operazione di facciata, per denunciare la propria condizione. Tanti giovani studiano coscienziosamente, altri vanno a cercare un'esistenza all'estero. Ma sembrano essere tutti allineati e coperti, quasi che vogliano passare inosservati. Eppure sarebbero tante le ragioni della protesta da parte delle nuove generazioni. A cominciare da quelle per il diritto ad un lavoro dignitoso, che quasi sempre è precario, mal pagato. Queste nuove generazioni non hanno la possibilità di progettare la propria vita, di modellarla in base alle propria capacità e ambizioni. Senza considerare il contesto drammatico che stiamo vivendo per i grandi cambiamenti epocali dovuti alla globalizzazione. Insieme ad altri fattori critici quali una montagna di debiti e l'aumento dell'inquinamento e del degrado ambientale. L'eredità lasciata dai padri è molto pesante. E' anche vero, che i giovani non sembrano aver realizzato il rischio sul loro futuro, che può diventare ben peggiore rispetto al presente che stanno vivendo.

1 commento:

  1. meglio andarsene da questo paese e cercare miglior fortuna all'estero, qui è tutto irrimediabilmente marcio!!!

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