giovedì 15 giugno 2017

Il neofeudalesimo delle liste civiche.

di Gerardo Lisco. Oltre al vuoto della politica, due altri dati sono emersi in modo chiaro e netto dal voto alle ultime elezioni: il calo della partecipazione, passata dal 67% delle precedenti elezioni amministrative all’attuale 60% e la presenza asfissiante di liste civiche. I partiti politici hanno preferito agire nell’ombra nascondendo il loro fallimento dietro fantasiosi e colorati simboli civici.
Un tempo essere candidati sindaco sotto il simbolo di un partito era motivo di orgoglio e di appartenenza a una precisa identità culturale e politica. Oggi è esattamente il contrario. Il candidato alla carica di sindaco e le liste che lo sostengono preferiscono non presentarsi sotto il simbolo di un partito. In un sistema politico e sociale destrutturato questa è una peculiarità che rende sul piano della negoziazione, sia con il potere centrale che con lobbies e stakeholders. La difesa degli interessi della comunità c’entra poco o nulla. Eppure mai come in questa fase ci sarebbe bisogno di partiti politici, organizzati, strutturati, con cultura politica e capaci di fare sintesi tra la molteplicità delle istanze presenti nella Società. Le liste civiche sono il prodotto del vuoto della politica. Come si fa ad essere sindaci di una qualsiasi città o anche di un piccolo comune senza avere quella visione d’insieme che può venire solo da un partito diffuso sul territorio nazionale? La proliferazione di liste civiche risponde ad una visione dell’azione politica e amministrativa circoscritta al comune, al rapporto diretto tra il candidato sindaco e il leader nazionale (o la sua longa manus - il capo bastone locale -), ad una visione dell’azione amministrativa limitata alla buona amministrazione dell’ordinario. Un’amministrazione è buona quando risponde ai vincoli di bilancio imposti dagli accordi che il Governo ha sottoscritto in sede UE. Se poi la città vive uno stato di degrado sociale ed economico ha poca importanza. Il degrado dipende dal mancato rispetto dei suddetti vincoli. Per come è articolata la relazione politica il sistema delle liste civiche risponde ad una concezione neofeudale. La degenerazione in senso neofeudale del sistema politico affonda le radici direttamente nella crisi delle ideologie e nella loro destrutturazione. I partiti politici portatori di una visione del mondo esprimevano un “pensiero forte”. Erano portatori di una visione del mondo capace di tenere insieme il sistema sociale nel suo complesso facendo sintesi. Al “pensiero forte” si è sostituito il “pensiero debole” della postmodernità. Le ideologie erano sì una sorta di gabbia che limitava l’individuo e condizionava le dinamiche sociali; ma era proprio in quei vincoli l’elemento di coesione sociale sul quale si fondavano lo Stato, la Comunità e la stessa Democrazia. Il pensiero postmoderno ha solo destrutturato senza ristrutturare. L’individualismo postmoderno, divenuto fondamento dell’egemonia capitalista e mercatista, ha fatto sì che la politica venisse interpretata e vissuta come appropriazione di risorse da spendere sul mercato della politica in funzione dell’autoconservazione e di ascesa del ceto politico. L’appartenente al ceto politico non è altro, come nel Medio Evo, che il titolare di un beneficium per il quale deve garantire fedeltà verso il feudatario gerarchicamente superiore. Le liste civiche avrebbero dovuto favorire la partecipazione politica, invece è successo esattamente il contrario. La crescita dell’astensione sta a significare che i “servi della gleba” , come nel Medio Evo, hanno percepito che la lotta politica è tra feudatari e che per loro non cambia nulla. A riprova di quanto sostengo ci sono l’esempio delle elezioni politiche francesi, dove al primo turno ha partecipato meno del 50% degli aventi diritto al voto con un Presidente della Repubblica, Macron, che governerà con una maggioranza parlamentare che godrà del consenso del solo 16% degli aventi diritto al voto. Di contrario tenore è l’esempio delle recenti elezioni nel Regno Unito dove invece, data la forte differenzazione delle offerte politiche, il numero degli elettori è cresciuto. Stessa cosa è successa in Italia al recente referendum Costituzionale. Mi si dirà che sono elezioni diverse. Fino a un certo punto. Altra prova a sostegno delle mia argomentazioni sono le figuracce di Jimmy Messina, il guru americano delle campagne elettorali, il quale non riesce a far vincere le elezioni a nessuno dei suoi assistiti. L’era della politica ridotta a pura operazione di marketing è finita e con essa è andato in crisi anche il pensiero “postmoderno”. Mai come in questa fase, come dicevo, c’è bisogno di un “pensiero forte” capace di dare certezze e senso all’esistenza individuale e collettiva di ciascuno di noi.

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