mercoledì 7 giugno 2017

Matteo Renzi frena su voto anticipato: "Per noi si vota nel 2018".

di Matteo Renzi. Ricevo qualche email stupitaMatteo, ma continui a fare le fiaccolate sull'ambiente, a parlare di euro in cultura/euro in sicurezza, a organizzare la TerrazzaPD sul lavoro quando tutto il mondo politico italiano sembra occuparsi (e preoccuparsi) solo di legge elettorale! Ma ti sembra normale? Sì, mi sembra normale parlare di altro. Quasi doveroso. Perché tutto quello che avevamo da dire lo abbiamo già detto.
Volevamo un sistema più semplice, basato sul ballottaggio e sul premio di maggioranza, e in molti ci hanno dipinto per mesi come pericolosi aspiranti dittatori. Ricordate quello che ci dicevano sulla deriva autoritaria? Sul combinato disposto? Sul ballottaggio? Amici, sono passati pochi mesi ma l'eco di quelle critiche si sente ancora. Adesso che il sistema va verso il proporzionale - dopo il NO al referendum e dopo l'accordo dei grandi gruppi di opposizione - gli stessi che contestavano il premio di maggioranza adesso contestano il rischio grandi intese. Vergogna, dovrete fare una coalizione, ci dicono anche quelli che pure si lamentavano del premio di maggioranza. Capisco questa critica, il rischio c'è. Ma era noto a tutti che dopo il referendum sarebbe finita così. Lo abbiamo detto in tutte le salse, anche troppo. Abbiamo messo la fiducia pur di approvare coi soli voti della maggioranza l'Italicum e hanno gridato allo scandalo: le regole si scrivono insieme!!! Allora abbiamo provato a fare un accordo ampio, con i partiti dell'opposizione e hanno gridato all'inciucio. E io mi domando: o ci criticate perché facciamo da soli o ci criticate perché facciamo con gli altri. Criticarci per tutte e due le ragioni insieme prova troppo. Personalmente sono dispiaciuto per i toni di queste ore ma sento il dovere di dire grazie al capogruppo del PD Ettore Rosato e al relatore Emanuele Fiano. Hanno fatto di tutto - lavorando giorno e notte con dedizione - per approvare una legge con il consenso degli altri partiti.  Non è la nostra legge ma noi serviamo le istituzioni. Adesso è sovrano il Parlamento. Se passerà, bene. Se qualcuno si tirerà indietro, gli italiani avranno visto la serietà del PD che ha risposto all'appello del Capo dello Stato. E sulle elezioni: abbiamo detto che per noi si va al 2018, chiedendo di continuare sulla strada tracciata nelle ultime leggi di bilancio. Se il PIL cresce e la disoccupazione cala il merito è delle misure approvate negli scorsi mesi: dobbiamo continuare sulla stessa strada perché è giusto, non perché ci siamo affezionati. Quelli che ci accusano di tramare contro il (nostro) Governo nel frattempo non votano la fiducia: non vi sembra un po' strano? Dunque, che si fa? Ci si sorride sopra, senza consentire a nessuno di farci arrabbiare o di cambiare umore. Ma prima o poi arriverà il momento di discutere di contenuti. E qui li vogliamo. Di come investire in educazione, cultura e sicurezza, di come raggiungere gli obiettivi di Parigi, di come finanziare i progetti per le periferie e per la povertà, di come creare posti di lavoro e di come cambiare l'Europa, di come sbloccare le opere ancora ferme e di come insistere sulla banda larga e l'innovazione tecnologica. Per noi la priorità sono gli italiani. Rispettiamo tutti ma non ci facciamo prendere in giro da nessuno. Se qualcuno pensa di avere soluzioni migliori di quelle attualmente in discussione, lo dica: abbiamo tutto da imparare. Le proposte però devono avere i voti in Parlamento. Altrimenti sono solo parole in libertà.  Fino a quel momento noi lavoriamo sui progetti e sulle cose concrete. E, nei comuni in cui si vota, per i nostri candidati alle amministrative. Criticare tutto e sempre è facile. Avere dei progetti concreti per andare avanti è il nostro compito. Pronti a fare tesoro di ogni suggerimento. Ma per andare avanti, avanti, avanti. Perché a bloccare l'Italia ci sono già riusciti in tanti. Il nostro compito è un altro: sbloccarla. Avanti, insieme.

1 commento:

  1. Legge elettorale: 100 franchi tiratori al primo voto. I quattro partiti dell'accordo ancora divisi sul parere sugli emendamenti.

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