Siamo la fabbrica dei migranti. E se smettessimo di aiutare il Sud del mondo?

di Slow Revolution. Proprio in questi giorni l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) ha divulgato 'Global Trend', l’annuale rapporto sulle migrazioni forzate causate da guerra, violenze, persecuzioni e violazioni dei diritti umani in tutto il mondo. Nella cultura della crescita possiamo rallegrarci di avere stabilito nel 2016 il nuovo record mondiale con 65,6 milioni di umani in fuga dalla propria terra, 300.000 in più dell’anno precedente. Per gioire possiamo immaginare di avere superato quota 100 milioni di fuggiaschi inserendo nel computo pure i migranti che non godono della status di rifugiati, come i migranti economici o climatici, questi ultimi stimati da Greenpeace Germania in 21,5 milioni.
I primati, si sa, suscitano emozioni e destano quesiti. Come siamo riusciti a raggiungere tale successo? Dopo crociate, colonialismo ed esplosione del debito creato dal Fondo mondiale internazionale e dalla Banca mondiale non dovevamo aiutarli a casa loro? Per curiosità ho fatto una rapida ricerca sui recenti aiuti del Nord del mondo senza la pretesa dell’esaustività, ma soltanto per verificare se avessimo davvero cambiato direzione. Sembrerebbe di no. La Banca mondiale continua a fare danni, i paesi industrializzati proseguono nel privare l’Africa delle risorse depredandola di 41,3 miliardi di dollari all’anno e le multinazionali sono sempre le principali responsabili dei danni all’ambientali e alla salute dei popoli del Terzo mondo, ma lo fanno per favorire il nostro benessere. Non paghi, esportiamo tecnologia a supporto alle dittature, finanziamo guerre, esportiamo armi e utilizziamo i fondi per combattere la povertà per militarizzare i Governi affinché trattengono i migranti, non importa se con metodi contro i diritti umani. E dopo averli privati del patrimonio naturale e delle libertà pensiamo bene di togliergli il necessario per la sussistenza nutrizionale. Peschiamo il loro pesce, deprediamo le loro terre ed esportiamo il nostro cibo industriale a basso costo distruggendo le loro imprese agroalimentari. E lo facciamo con impegno, organizzando incontri internazionali per programmare “aiuti” che contribuiscono ad aggravare l’insicurezza alimentare della popolazione, impoverendo i piccoli produttori e le colture locali. Può capitare, allora, che a qualcuno venga in mente di migrare per la gioia dei teorici della crescita. Il record del 2016, dunque, è destinato ad essere battuto con altri risultati strabilianti, merito anche dei cambiamenti climatici innescati dalle nostre emissioni di gas serra che da soli contribuiranno a spostare centinaia di milioni di vite. O forse dovremmo iniziare a pensare di smettere di aiutare il Sud mondo?

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