Ecco come risolvere la crisi del Sud e rilanciare l’economia italiana partendo dall'agroalimentare.

di Giovanni Sallemi. Una questione quanto mai urgente per il nostro Paese riguarda la crisi economica e la crescente disoccupazione, che colpiscono maggiormente il Sud e impediscono lo sviluppo dell’intero Paese. Il Sud Italia non manca di risorse, ma di un adeguato programma di sviluppo basato sulle sue peculiarità e punti di forza, che facilmente vincerebbero la competizione internazionale.
Tutto il mondo sa in cosa consiste la nostra ricchezza, un tesoro vivo e inimitabile costituito dal nostro caratteristico ambiente agricolo, fatto di piccole e medie imprese contadine, con i suoi genuini e gustosi prodotti, alla base di una cultura enogastronomica ineguagliata; un ambiente marino mozzafiato, che fa innamorare il mondo, nonché il frutto prezioso della pesca di piccole imprese marinare; le nostre millenarie tradizioni agricole, marinare, religiose, sociali, frutto armonioso delle tante culture mediterranee che qui hanno lasciato la loro migliore impronta. Tale tesoro non basta a trattenere i nostri giovani, e chiunque visita il nostro Sud si meraviglia di ciò. Perchè? Perché questo tesoro viene sfruttato, in primo luogo, non già da chi con sacrificio lo produce e se ne prende cura, ma da chi, intelligentemente, non ha fatto altro che inserirsi fra produttore e consumatore, svolgendo il ruolo di intermediario. E’ naturale che l'intermediazione esista nella nostra economia di mercato, ma è dannoso che questa assorba la maggior parte dei frutti del nostro tesoro, eludendo le fondamentali regole del libero mercato, cioè quelle della libera e competitiva concorrenza, trasformandosi così in un settore garantito di rendita finanziaria. I danni di questa distorsione colpiscono sia il reddito di chi produce ed è spesso costretto a chiudere la propria azienda agricola, che quello di chi acquista, impedendogli talvolta di alimentarsi in maniera sana con frutta e verdura. Così il pomodorino di Pachino che il contadino vende all’ingrosso a 10 centesimi al kg viene venduto al consumatore a circa 3 euro/Kg; le arance siciliane da 10 centesimi a circa 2 euro; l’uva Italia da 70 centesimi a circa 3 euro, etc. Il problema della rendita finanziaria in settori protetti e senza concorrenza nell’economia di mercato è stato indicato dal presidente della BCE Draghi come uno degli ostacoli alla crescita economica. In che modo il settore della intermediazione e della grande distribuzione organizzata (GDO) sia riuscito a condizionare negativamente l'economia agricola, lo spiegano bene Bukoski su Internazionale, in un articolo a proposito dello sfruttamento della manodopera agricola e del caporalato, facendo riferimento al resoconto dell’antitrust nel settore agro-alimentare, nonché Yvan Sagnet, nel progetto pilota “NOCAP”, che prevede la creazione di una filiera alternativa alla grande distribuzione. Questa grave e dannosissima degenerazione dell’economia è avvenuta anche grazie a una politica che non ha avuto il coraggio e la fiducia di investire sul futuro, ma si è accontentata dei vantaggi clientelari immediati, arrivando all'obbrobrio di: 1) permettere il saccheggio e il rischio di distruzione di questo tesoro, autorizzando lo sfruttamento delle nostre esigue risorse di idrocarburi, anche in prossimità delle coste; 2) consentire la costruzione di un settore industriale protetto (raffinazione del petrolio e produzione dei suoi derivati), causa di degenerazione clientelare della società, che, assieme al settore siderurgico, ha danneggiato questo nostro tesoro nonché la salute della popolazione che lì vive. Tutto ciò contribuisce alla distruzione - mediante incendi e alluvioni - del nostro suolo agricolo, abbandonato dagli agricoltori perchè non più sufficiente fonte di reddito. La migliore protezione del suolo da incendi ed alluvioni la darebbe infatti la prevenzione, basata sulla sua regolare coltivazione. Come ovviare agli attuali difetti del settore della intermediazione? Ad esempio favorendo il sistema della vendita diretta dei prodotti agricoli dal produttore al consumatore, non già per sostituire i settori dominanti della grande distribuzione, ma per introdurre nel settore della distribuzione dei prodotti agricoli elementi di maggiore concorrenza, tramite metodi di economia sociale di mercato. Una proposta, forse ingenua, di ritorno ad una economia semplificata, priva dei difetti della finanziarizzazione, che utilizzi con nuova fiducia le inestimabili risorse lavorative dei nostri Comuni.

1 commento:

  1. Italiani tutti grandi 'professoroni', nessuno che si vuole rimboccare le maniche per lavorare la terra, anche se in molti casi quegli stessi 'professoroni' sono braccia sottratte all'agricoltura!

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