Giro d'Italia 2018, si parte da Israele: pedalare nei territori occupati.

di Enrico Campofreda. Il Giro d’Italia che ha archiviato un secolo, il numero 101, partirà da Gerusalemme. L’hanno annunciato con enfasi politici e tecnici italiani e israeliani. Per questioni di sponsor, marketing e di tutto l’affarismo che lo sport diventato azienda si trascina dietro, soprattutto dagli anni
Novanta la classica “corsa rosa” ha scelto di partire fuori dal suo territorio. Finora era andata prevalentemente in Europa (Belgio, Francia, finanche Grecia) e un po’ più lontano fra Danimarca e Paesi Bassi. Quasi tutte terre dove la bici è sacra e la tradizione ciclistica consolidata. Quest’anno il colpo di scena: Gerusalemme e dintorni, un’operazione di marketing politico prima che economico. E non un ‘mordi e fuggi’ ma tre giorni tre in Israele, con queste tappe: crono di 10 km nella città della Terrasanta, 167 km da Haifa a Tel Aviv, 226 km da Be’er Sheva a Eilat. Perché? Nella presentazione questa la motivazione del direttore del Giro Mauro Vegni: “Per dare un’immagine diversa di Israele, che è un Paese che ha fame di sport. La sicurezza? Sinceramente non mi sentirei più sicuro in Europa in questo momento. Per quanto riguarda le questioni politiche, sappiamo che ci saranno strumentalizzazioni. Ma non facciamo alcun passo oltre rispetto a quelli fatti dal governo italiano”. Ed ecco la posizione dell’esecutivo che con la mano del ministro allo Sport Luca Lotti scrive: “Il prossimo Giro d’Italia sarà speciale: la partenza avverrà da Gerusalemme, un luogo affascinante, immerso nella Storia e in uno scenario irripetibile, simbolo della ricerca instancabile dell’armonia tra popoli (sic)”. E ancora: “Far partire qui la corsa (Lotti era a Gerusalemme, ndr) rappresenta un ponte ideale tra Italia e Israele, fatto di cultura, tradizioni e ora anche di sport…”. Oltre alla buona volontà offerta dall’ufficialità della circostanza e all’involontaria gaffe sull’armonia fra i popoli, encomio riferito a una nazione che incarna guerre e sopraffazione a danni del popolo palestinese, la scelta del nostro governo appare in tutta la sua ingombrante faziosità, volta a sposare gli interessi israeliani di uso dello sport come mezzo di propaganda e quale eventuale volano per il turismo. Tutto per uscire dall’isolamento in cui versa il Paese ottusamente governato dal premier Netanyahu. Prestare il fianco, come fanno gli organizzatori della storica manifestazione col benestare del governo Gentiloni, agli interessi di Israele è assolutamente intollerante. Perché le presunte strumentalizzazioni, già preannunciate da ‘patròn Vegni’ (ah, Torriani come ti rimpiangiano…) come potrebbero esser definite già queste righe, altro non sono e non saranno che il desiderio di stabilire una realtà storica, insanguinata dall’oppressione e dall’occupazione di terra. Non si domandano i nostri zelanti politici e tecnici che portano lo show del Giro in Palestina, cos’è quel nome, quella gente non solo in un lontano passato, ma in epoca recente. Qui e ora. I dieci chilometri delle vie di Gerusalemme che ospiteranno i corridori saranno costellati per ragioni di sicurezza di soldati di Tsahal. Queste divise da cinquant’anni occupano illegalmente la città santa (le risoluzioni Onu non rispettate s’inseguono nel tempo), portando insicurezza e morte fra la popolazione araba che lì vive da millenni e ne viene espulsa. Non si chiedono nulla su Be’er Sheva, inclusa dal piano di ripartizione della Palestina nel territorio destinato allo Stato palestinese e occupata ‘manu militari’ nell’ottobre 1948 da un battaglione israeliano che ne produsse di fatto l’annessione alla propria nazione. Né forse sanno di Haifa, abitata negli anni Venti del Novecento da 100.000 palestinesi, diventati già nel 1947 poche migliaia poiché fuggivano dalle operazioni di pulizia etnica delle bande paramilitari dell’Irgun, fino a essere deportati definitivamente l’anno seguente dall’esercito israeliano, col benestare britannico. Forse è bene che gli amanti dello sport s’avvicinino a queste storie, perché accanto agli ebrei perseguitati dalla Shoa e aiutati, fra gli altri, dal grande campione del pedale Gino Bartali (bei gesti menzionati da Lotti per creare un legame fra passato e presente), c’è la sciagurata presenza d’un sionismo sordo a qualsiasi convivenza pacifica. Nato per sopraffare e opprimere. Ricordarlo non è strumentale, è sete di verità.

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