L’arma a doppio taglio dei referendum “nordisti”, ossia del dispetto del marito alla moglie.

di Enzo Sanna. I sorrisi di comprensibile soddisfazione del presidente della regione Veneto, Luca Zaia, e quelli più che forzati a uso delle telecamere del presidente della regione Lombardia, Roberto Maroni, (si eviti di attribuire loro l’appellativo di “governatori”; non siamo negli USA) hanno posto fine alla consultazione referendaria fortemente voluta dalla Lega Nord. Il risultato, però, è a dir poco contradditorio. Se Zaia dal Veneto può cantare vittoria per una affluenza al voto più che discreta,
le dichiarazioni di Maroni dalla Lombardia fanno quanto meno sorridere per la sensazione di patetico che riescono a procurare in chi lo vede e sente mentre tenta di giustificare la diserzione dai seggi lombardi (sarà colpa dell’elettronica?). A costui si potrebbe dare il consiglio di capeggiare una delegazione della giunta lombarda a Caporetto per recitare lì una preghiera e poi ripercorrere a ritroso la via verso ovest dove i suoi valorosi leghisti “lumbard” verrebbero amorevolmente accolti da una delegazione della giunta veneta pronta ad attenderli schierata lungo il Piave. E non si tratta solo di “rimembranze” recuperate su ingialliti testi scolastici di storia patria. Ciò che però deve interessare, al di là della propaganda di parte, anzi, di regime, sia dei pro sia dei contro, sta nelle conseguenze del pronunciamento dei cittadini chiamati al voto, se non altro quelli veneti. È fin troppo ovvio considerare che la risposta al quesito referendario, seppur solo consultivo, non possa e non debba restare muta da parte di governo e parlamento. Sarebbe grave. Ma le conseguenze rischiano di non soddisfare neppure alla lontana le aspettative di coloro che si sono espressi nelle urne, anzi di rivelarsi per loro un inatteso, amaro e sconfortante boomerang. Le ragioni di tale affermazione? Presto dette. Il succo della questione si riduce al vil denaro; niente di più. Le regioni del nord chiedono allo stato centrale di poter disporre “in autonomia” delle tasse incassate nel loro territorio e di poterlo fare praticamente per l’intero importo (salvo, bontà loro, una piccola percentuale che resterebbe alle casse dell’erario). Lasciando stare le recenti dichiarazioni di fonte governativa che ricordano il divieto costituzionale di pronunciamento referendario in materia fiscale (ci spieghino costoro per quale ragione i referendum in questione, per quanto consultivi, non siano incappati quantomeno nel dubbio d’incostituzionalità), viene da domandarsi se i conti dei proponenti non siano stati fatti senza il classico oste. Forse i cittadini elettori della Lombardia hanno già compreso di cosa stiamo parlando, ecco perché hanno disertato in massa il voto, e tra coloro che hanno deciso di esprimersi vi è stata persino una certa percentuale di no. Il leitmotiv della campagna referendaria ha visto i due presidenti di regione, persino spalleggiati da comprimari quanto da avversari politici parecchio confusi, citare cifre in base alle quali le regioni del nord verrebbero “espropriate” dalla fiscalità generale di quanto “producono” in tasse. Tanto sarebbe loro sottratto, “governo ladro”. Niente di più falso. Sciorinare cifre servirebbe solo a rendere il ragionamento meramente ragionieristico. Meglio fare qualche esempio concreto per rendere l’idea, e non solo l’idea. Chi scrive ha lavorato per quarant’anni nella propria regione, per giunta a statuto speciale, la Sardegna, quale dipendente di una banca con sede a Milano. Ebbene, per quarant’anni di filato le tasse sul reddito trattenutegli in busta paga sono andate a “ingrassare” i conti della regione Lombardia, non a statuto speciale. Cioè, chi scrive ha contribuito, insieme a migliaia di altri dipendenti, a finanziare le casse chi della Lombardia, chi della Toscana, del Veneto o del Lazio. Circa il Lazio, poi, non deve stupire di vederlo appaiato alla Lombardia quale regione in “credito” di fiscalità. Si pensi alle buste paga dei dipendenti statali sparsi per l’intera nazione, nonché delle aziende pubbliche, INPS e ANAS per citarne solo due. Costoro, i dipendenti, ovunque operino, si vedono prelevare tasse che poi vengono riversate in quota nelle casse laziali. Ma non basta. C’è di più. Tutti sanno che le aziende pagano l’imposta di produzione nella regione dove ha sede lo stabilimento. Pochi sanno, invece, che esiste una “merce” per la quale il balzello è “reso” al consumo. Parliamo dei carburanti per il quali l’imposta è prelevata “al distributore” e non all’uscita della merce dallo stabilimento in cui viene prodotto. Ora, ci si faccia il conto di quanto viene a mancare alla Sardegna, per rimanere in tema, regione tra le maggiori produttrici di carburanti raffinati in Italia con i problemi annessi e connessi in campo ambientale, e di quanto viene invece incamerato dalla regione Lombardia o dalla regione Veneto grazie, o a causa del loro traffico, del numero di automezzi, degli infiniti chilometri di strade e autostrade e, perché no, dello smog. Se sentite un leghista lamentarsi dello Stato patrigno, costringetelo a fare un po’ di conto, poi verificatene la reazione, com’è successo a chi scrive zittendo un signore del varesotto, in vacanza da queste parti nella scorsa estate, al quale rischiò di andare di traverso il boccone di pizza quando fu affrontato e messo “al muro” conti alla mano su tali argomenti. Chissà se quel signore sarà tra coloro che domenica sono andati a votare. I referendum regionali di Lombardia e Veneto, spurgati dalla propaganda di “bassa Lega”, meritano comunque di essere presi in seria considerazione. La necessità di una più equa distribuzione delle risorse pubbliche è stata sancita dal voto, nutrito o esiguo che sia stato, a seconda delle zone. Se poi l’equità, a conti fatti, dovrà vedere penalizzate proprio le due regioni in questione, ebbene, queste se ne faranno una ragione. Il resto d’Italia non starà di certo a guardar loro mentre incassano tasse “prodotte” da altre parti. Vuol dire che qualcuno ricorderà a Maroni e a Zaia l’apologo di quel marito che per far dispetto alla moglie si taglia gli attributi. Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi scuseranno se il loro concetto di Europa delle macro regioni sembra miserevolmente caduto nel dimenticatoio a favore di una sempre più marcata provincializzazione della politica. Forse, però, ne risentiremo presto riparlare. Gli stati nazionali hanno dimostrato inequivocabilmente di essere troppo piccoli per poter affrontare i temi macroeconomici e troppo grandi e burocratizzati per rispondere alle esigenze quotidiane della gente. L’intuizione di Spinelli e Rossi delle macro regioni va recuperata se si vogliono superare dannosi rigurgiti di nazionalismo e pericolose spinte isolazionistiche in atto ovunque in giro per l’Europa, foriere di nuovi drammi. Chissà, forse così facendo risparmieremo persino i quattrini buttati al vento in inutili quanto spocchiose consultazioni referendarie mascherate di democrazia.

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