Nella vicenda ILVA la nemesi del renzismo?

di Enzo Sanna. Continuiamo ad assistere pressoché giornalmente alla propaganda renziana, ben spalleggiata da buona parte dei TG pubblici e privati, circa i presunti vantaggi di cui l’intero “popolo” italiano avrebbe beneficiato grazie al Jobs Act, per scoprire che, spurgando le cifre dalla reclame di parte, si palesano l’aleatorietà quanto le mistificazioni insite nei dati propinati al “popolo bue” nel tentativo di convincerlo del bene che gli sarebbe stato donato.
Purtroppo per i propagandisti di professione, coadiuvati da sempre meno motivati volontari, ogni tanto l’imbroglio delle cifre viene svelato persino dalle fonti ufficiali. È il caso dell’ISTAT, l’Istituto Nazionale di Statistica, che deve ammettere di computare tra i lavoratori occupati coloro che “abbiano svolto almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività che preveda un corrispettivo monetario o in natura”. Su quel “in natura” ci sarebbe da ricamare a iosa, ma l’argomento è talmente serio da far apparire sconveniente qualsiasi considerazione, seppure di stampo satirico. Ciò che invece interessa analizzare è il principio dell’occupato a ore. Per i tecnici di rilevazioni statistiche per conto dello Stato se un disoccupato viene chiamato, ad esempio, da un gestore di bar a scaricare casse di birra per un’ora di un lunedì mattina e per tale prestazione è stato retribuito, sia in euro contanti, sia con due bottiglie di birra, assurge come per incanto alla categoria degli occupati. Evvai! Se poi viene richiamato per gli altri tre lunedì del mese alle medesime condizioni, per la statistica non è un disoccupato che ha lavorato quattro ore in un mese, bensì si moltiplica (si clona?) in quattro (diconsi quattro) occupati, come per incanto, con immensa gioia dei politicanti d’area renziana. Il miracolo è compiuto: quattro ore di lavoro in un mese uguale quattro occupati. Il lettore ora penserà che si sia toccato il fondo. Illusi! Sempre a detta dell’Istat, vengono computati tra gli occupati, oltre la fattispecie anzidetta, anche coloro i quali “abbiano svolto almeno un’ora di lavoro non retribuito nella ditta di un familiare nella quale collaborano abitualmente”. Chi scrive ha riferito la “faccenda” alla signora Pina che resiste eroicamente alla dominazione dei mega centri commerciali gestendo un piccolo Frutta e Verdura dove di tanto in tanto le dà una mano il figlio “disoccupato”. Per lui l’anziana donna spesso si cruccia con i clienti, neanche sperando di potergli trasferire l’azienda in eredità quando arriverà il momento. Ebbene, appreso che il figlio seduto lì, accanto alla bilancia, per il solo fatto di allungarle gratis una busta ogni tanto per almeno un’ora nel corso della settimana, viene considerato “occupato”, l’anziana fruttivendola si lascia sfuggire una colorita espressione dialettale all’indirizzo delle mamme dei politici di turno. Come darle torto, povera donna? Ma se le politiche del Jobs Act e delle collaterali normative liberiste (da leggersi padronali) del duo Berlusconi-Renzi hanno già prodotto un danno epocale di immani proporzioni, la “coda” rischia di peggiorare ulteriormente le cose. La vicenda ILVA è cronaca. Un’azienda tra le più importanti al mondo nel settore dell’acciaio viene via via portata sull’orlo del fallimento da una proprietà e una dirigenza di dubbie capacità manageriali, visto il risultato. Fermiamoci, ora, ad analizzare il dramma dei lavoratori, soprassedendo su quello ambientale e sanitario dalle tragiche ricadute sulla popolazione residente nella zona. Si propone per l’acquisto il gruppo Marcegaglia in uno col gruppo indiano Mittal. Costoro prima concordano col governo un pacchetto di misure per rilevare gli impianti poi, visto che il manipolo di legali fa loro presente che in Italia è stato cancellato l’articolo 18 dello “Statuto dei lavoratori” e, a rinforzo della schiavizzazione del lavoro dipendente, vige il Jobs Act, decidono di forzare la mano. Da qui la revisione della proposta di acquisto dell’azienda con la condizione di veder riconosciuti quattromila esuberi e l’assunzione dei restanti dipendenti ma solo dopo l’avvenuto licenziamento degli stessi. Condizione per il rientro al lavoro è la rinuncia a ogni pretesa sull’anzianità pregressa e l’accettazione delle nuove norme derivanti dal Jobs Act, inclusa la resa sul citato articolo 18! Insomma, o ci si schiavizza, altrimenti si resta a casa. Vengano a raccontarci, i renziani, la favola che il Jobs Act favorisce l’occupazione! Se all’interno del PD esiste ancora qualcuno che si considera di sinistra, ebbene, è bell’e che servito, anzi, rischia ora di scivolare nel ridicolo. Gli arrampicatori sugli specchi sono sfidati a trovare un modo per scalare il dislivello che separa oramai irrimediabilmente il PD renziano dalla sinistra, per quanto moderata. Finché Renzi resterà segretario del PD, e il renzismo l’azione ispiratrice, è impossibile ipotizzare convergenze, con buona pace di Pisapia. La vicenda ILVA ha messo a nudo in maniera inequivocabile chi dal Jobs Act trae beneficio, come se non fosse ben noto fin dal primo istante, salvo ai renziani, e non saranno lavoratori e disoccupati sempre più precarizzati e sfruttati sino al limite estremo ormai superato della brutale forma di schiavismo del nuovo millennio, ma solo le oligarchie padronali. L’ILVA costituisce la nemesi del pensiero e delle conseguenti politiche renziane e a poco serviranno le piroette del ministro Calenda a un passo dalle elezioni politiche. Qualsiasi soluzione si trovi, ammesso che si trovi, vedrà i lavoratori schiacciati dai provvedimenti legislativi del duo Renzi-Berlusconi. Chissà se qualche tesserato del PD troverà ancora il fegato per continuare a definirsi di sinistra.

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