Se non ora, mai.

di Giuseppe Civati. Questo è il mio blog e concedetemi un momento personale, che però è politicissimo. Ormai tutti o quasi a sinistra si sono convinti di ciò che vado ripetendo dall’inizio dell’anno: una sola lista autonoma da tutto il resto del quadro politico che scherzando ho chiamato «da Boccia al Che Guevara». Ho attraversato decine di iniziative, di confronti e di dibattiti, chiedendo che non ci si lasciasse
andare a polemiche del tutto inutili, in cui purtroppo molti sono cascati, in queste settimane.  Mi sono morso la lingua un milione di volte, ho perorato la causa dell’unità, non ho fatto presente nemmeno a me stesso che tutte queste questioni noi, con Possibile, ce le siamo poste tre anni fa, quando la legislatura ha preso la piega del Jobs Act, delle riforme poi bocciate, della fiducia sull’Italicum, dello Sblocca Italia e della scuola tutt’altro che buona. Era là che si doveva interrompere il flusso di incoscienza e di irresponsabilità: la legislatura doveva finire allora, come aveva promesso peraltro lo stesso premier che poi si è intestardito a concluderla. Lo dico senza presunzione, al massimo con amarezza: ho ritrovato negli ultimi mesi persone che condividevano la mia posizione, ma non si erano ancora decise. E saluterò con piacere chi ancora non lo ha fatto. Ho vissuto con preoccupazione le recentissime scissioni della sinistra italiana, che andavano evitate proprio in ragione di quella posizione comune da recuperare insieme. Ho lavorato perché l’autonomia non diventasse estremismo e perché la nostra impostazione fosse quella della sinistra e però anche e soprattutto della Repubblica da far rivivere su basi nuove. Ho chiesto che Mdp e i Santi Apostoli si incontrassero con il Brancaccio e Si, a metà strada. E lo dissi al Brancaccio e in piazza Santi Apostoli. Senza tatticismi, anche quando non era affatto popolare, nella convinzione che agli uni facessero bene gli altri. Non ho partecipato al dibattito intorno a Pisapia, che prosegue incessante, come non ho aperto una questione D’Alema, che sembra invece appassionare i media più di ogni altra cosa. Per me, che non ho mai avuto né padrini né padroni, è parso un dibattito surreale, a tratti autolesionistico. La questione è più grande di tutti noi, di questo o quel cognome. Si tratta di tornare a parlare in modo credibile di sinistra e di riforma della politica e della rappresentanza. Si tratta di restituire la parola ai cittadini che, come noi, si sono sentiti traditi. Di ritrovare radicalità sui valori e coerenza nelle soluzioni. Di spalancare le finestre della politica italiana sul diluvio dei cambiamenti climatici, sulla progressività fiscale, sul salario minimo legale, sul sostegno vero e universale a chi sta sotto la soglia di povertà e ha patito le discontinuità della crisi sulla propria pelle. Sulla transizione che tutti ci coinvolge, che ci sembra questione astratta, lontana, ma che invece è concretissima e urgente più di ogni altra cosa. Mi sono mosso come se questa lista ci fosse già, nella convinzione che sarebbe una follia non farla (lo dissi a giugno, quando di liste se ne covavano almeno due) e che sia una prospettiva appassionante provarci. Non per superare la soglia, che per recuperare Alfano sta arrivando ai numeri negativi, peraltro: no, per superare le altre liste, in qualità prima di tutto e poi nelle urne. Con Possibile abbiamo dato impulso al lavoro di decine di persone, che a loro volta ne hanno coinvolte centinaia, per scrivere un programma politico, culturale e poi elettorale, che abbiamo chiamato «Manifesto», che secondo me è un nome bellissimo per la lista stessa, tra l’altro. Ora, ve lo dico con simpatia, quasi con affetto, anche basta con i preliminari: come diceva quel genio, «sono contrario ai rapporti prima del matrimonio. Fanno arrivare tardi alla cerimonia». Salviamo la data, come si suol dire: una domenica di metà novembre. Una giornata in cui chiediamo ai cittadini di votare i propri delegati all’assemblea nazionale e di indicare le priorità del nostro programma e il nome stesso della lista. Elettori che poi saranno chiamati a scegliere i candidati, cercando di sbloccare il sistema elettorale vergogna che stanno cercando di propinarci per l’ennesima volta. Apriamo a tutte le sigle che vogliono partecipare, sulla base di linee politiche e programmatiche semplici e chiare. Per avviare il processo convochiamo una squadra di quarantenni – che non sono giovani, eh – che chi ha già avuto responsabilità accompagni: una squadra che sia prima di tutto garante di una nuova stagione, in cui prevalga la collaborazione sul narcisismo. Di cui non è necessario faccia parte chi vi sta scrivendo e fa la proposta, per capirci. Tutto ciò premesso, proviamo a prendere un voto in più degli altri. Senza paura, senza recriminazioni, raccontando cosa faremmo noi e come lo faremmo. Ve lo scrivo ora, non ve lo scrivo più.

3 commenti:

  1. Molto più realistico e fattibile il partito della nazione: il Renzusconi! Un partito unico della sinistra è impossibile, la storia lo insegna: siete stati, siete e sarete per sempre divisi dall'odio!

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  2. Giuliano Pisapia, integerrimo progressista, grande Sindaco, federatore della sinistra, coltivatore di ulivi, alla fine si è rivelato per quello che è: un "utile idiota" al sevizio del PD renziano. Ha cercato per mesi di riportare all'ovile le pecorelle smarrite degli scissionisti. Mesi e mesi di noiosi dibattiti, incontri, assemblee; fiumi di inchiostro sulla stampa; servizi e interviste sulle TV nazionali non sono serviti a convincere i reprobi, neanche con la mozione degli affetti. Oggi a Pisapia non resta altro che intrupparsi nelle fila renziane e contrattare un certo numero di posti in Parlamento. Sic transit gloria mundi. Ma poteva uno scoiattolo fregare due vecchie volpi del calibro di D'Alema e Bersani? Certo che no, la partita era persa in partenza. Quel che è certo è che il PD sta ramazzando tutto quello che può senza distinzione di razza, di lingua, di religione o di colore politico. Da Alfano a Mastella a Verdini a Pisapia tutto fa gioco pur di far fuori gli odiati grillini, quelli che se andassero al governo scoprirebbero tutti gli altarini, tutti i segreti inconfessabili, tutti i collegamenti più o meno criminosi. C'è da chiedersi: ma in questo Paese un vero cambiamento è possibile? Finora non c'è stato perché tutti i governi che si sono succeduti dal dopoguerra ad oggi hanno operato in continuità'. Come dicono nelle borgate napoletane: fusse ca fusse la volta buona!

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  3. Che Guevara fu un comunista di merda, un rivoluzionario che ammazzava gente innocente. Celebrarne la memoria è un insulto per le vittime e un premio alla vigliaccheria di chi finge e porta fiori al suo mausoleo. Sparava alla testa di gente disarmata, chiamava «animalitos» (nei suoi diari) i contadini poveri che non aderivano alla sua lotta armata in Bolivia, e li eliminava. Siccome di questi tempi molti cattolici lo onorano come un nuovo Cristo, perché bello, barbuto, e crivellato di colpi, ricordo che una ricerca accurata ha contato i preti che, sotto la sua lungimirante visione del mondo, sono stati eliminati: 131.
    Di questo comunista di merda, assassino seriale, si vendono le magliette, Milano e il Corriere ne celebrano i fasti. E il pericolo secondo Fiano e il governo sarebbe il fascismo e le bottiglie di vino di Predappio. Fate schifo.

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