venerdì 22 dicembre 2017

Se, almeno ogni tanto, i soldi fossero distinti dai cretini.

di Piero Tucceri. La crisi finanziaria che affligge sempre più pesantemente la società cosiddetta occidentale testimonia l'inconfutabile inadeguatezza del sistema economico e finanziario che la regola.
Non si tratta pertanto di un accadimento congiunturale: si tratta invece dell'ineluttabile epilogo di un processo dimostratosi capace di condizionare radicalmente le dinamiche della finanza e di modificare - se non di sovvertire - conseguentemente le stesse radici della ingannevole cultura occidentale. Pur essendo molteplici, le cause di tale crisi si riconducono a due momenti essenziali: da una parte, alle peculiari connotazioni degenerative assunte soprattutto recentemente dai mercati finanziari; dall'altra, agli aspetti culturali, o per meglio dire pseudoculturali, alla base della transizione dal capitalismo industriale a quello finanziario. L'imposizione della globalizzazione, e non la sua libera scelta, ha portato al dominio della finanza nell'ambito economico, con il conseguente cambiamento del modo di pensare delle persone e del sistema di valori a esso afferente. Così si è affermata la finanziarizzazione della società e il suo conseguente abbrutimento. Non a caso, la stessa etimologia del termine finanza rimanda a tutto ciò che abbia un fine. Ma, quando tale fine deborda dal suo alveo storico e culturale, allora essa produce soltanto effetti perversi. Come si può evincere agevolmente dal degrado testimoniato dal nostro modulo sociale. Fra le cause di fondo della odierna perversione sociale e culturale, se ne impone una riguardante l'assunto antropologico dell'"homo oeconomicus", il quale si caratterizza per la ricorrenza di una desolante sequenza teoretica che vorrebbe, nella più inquietante ignoranza delle "Leggi della Termodinamica", i mercati, compresi quelli finanziari, capaci di autoregolarsi. Questo si correla con l'alienante principio dell'efficienza, sul quale si articola l'odierna società, secondo il quale qualsiasi fenomenologia si avvererebbe per il solo fatto di porla in essere. Su questo incoerente assunto opera la macchina speculativa, la quale può contare su potenti strumenti finanziari capaci di condizionare artificialmente sia il rialzo che il ribasso del mercato borsistico. Questo grossolano intento speculativo è la risultante di un ottuso atteggiamento mentale secondo il quale sarebbe possibile azzerare i rischi delle operazioni finanziarie semplicemente diluendoli in un elevato numero di operatori. Non tenendo ovviamente conto del fatto che in simili frangenti il margine di rischio possa essere ridotto, ma mai completamente annullato. Questa banale riflessione sfugge a quanto pare non solo alla mania di onnipotenza impadronitasi degli atteggiamenti mentali degli operatori finanziari, ma anche alla scelleratezza dei politicanti e dei mezzi mediatici. Il delirio della finanza autoreferenziantesi ha fatto dimenticare a quegli sciagurati quel che ricordava Platone, il quale così si esprimeva al riguardo: "L'unica buona moneta con la quale bisogna cambiare tutte le altre è la "phronesis", l'intelligenza che stia in guardia". Si tratta di una massima di inquietante attualità, la quale si può riassumere nell'affermazione secondo la quale sarebbe bene che, almeno ogni tanto, i soldi fossero distinti dai cretini. Sarebbe auspicabile che ciò avvenisse soprattutto ora che tantissime persone oneste e innocenti stanno subendo l'"hybris" degli imbecilli, la quale traduce l'insolenza sentita dagli antichi greci come oltraggio agli dei e agli uomini. Sarebbe opportuno che avvenisse in una società che, come la nostra, ami definirsi civile!

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